No al carbone Alto Lazio

14 settembre 2010

Nuovo aeroporto a Viterbo, un inutile scempio

Comunicato dall'associazione “Respirare”

"Il mega aeroporto è un oltraggio al pudore"
Ne avessero certi pubblici amministratori della lobby del mega-aeroporto fuorilegge, non persevererebbero oltre nello scellerato intento di devastare l’area naturalistica, archeologica e termale del Bullicame ed avvelenare la popolazione viterbese. E tuttavia perseverano.
Sarà allora opportuno ricordare ancora una volta a loro e a tutti quale sarebbe l’esito di tale dissennato, immorale ed illecito agire.
La realizzazione del mega-aeroporto nel cuore dell’area del Bulicame avrebbe come immediate e disastrose conseguenze: lo scempio dell’area del Bulicame e dei beni ambientali e culturali che vi si trovano; la devastazione dell’agricoltura della zona circostante; l’impedimento alla valorizzazione terapeutica e sociale delle risorse termali; un pesantissimo inquinamento chimico, acustico ed elettromagnetico di grave nocumento per la salute e la qualità della vita della popolazione locale (l’area è peraltro nei pressi di popolosi quartieri della città; il collasso della rete infrastrutturale dell’Alto Lazio, territorio già gravato da pesanti servitù;uno sperpero colossale di soldi pubblici; una flagrante violazione di leggi italiane ed europee e dei vincoli di salvaguardia presenti nel territorio.
Quell’area va tutelata nel modo più adeguato: istituendovi un parco naturalistico, archeologico e termale; e fin d’ora respingendo ogni operazione speculativa, inquinante, devastatrice, illecita.
Ed a certi pubblici amministratori della lobby del mega-aeroporto fuorilegge, distruttivo e nocivo, occorrerà ricordare una volta di più che del loro operato verrà il giorno che dovranno rendere conto. E non solo per oltraggio al pudore.

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Nocoke, la lotta contro il carbone nell'Alto Lazio narrata per immagini

Abbiamo creato una sezione MEDIA che contiene numerose testimonianze fotografiche di iniziative e manifestazioni che i cittadini dell'Alto Lazio hanno realizzato per difendere il territorio dalla riconversione a carbone di TVN Torrevaldaliga Nord (Civitavecchia), un ecomostro che avrebbe dovuto essere completamente dismesso dopo averci inquinato per decenni.

L'archivio forografico da cui abbiamo attinto le immagini delle mobilitazioni riguarda il periodo compreso dal 2006 ad oggi. Per quanti avessero altre foto signficative da condividere, l'invito è a contattarci.

NB: non si tratta di una retrospettiva su un percorso concluso: troverete sempre nuove testimonianze del cammino che va avanti, poiché il nostro impegno proseguirà finché in italia si brucerà carbone a scopo energetico.

NB: per ingrandire le immagini cliccaci sopra o clicca QUI

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Anche il Comune di Savona passa al No all'ampliamento di Vado a carbone

Fonte: ivg.it
"Savona. Il Comune di Savona dichiara il proprio sostegno legale, in termini tecnici ad adiuvandum, al ricorso presentato dal Comune di Vado Ligure al Tar regionale contro il progetto di potenziamento di Tirreno Power previsto per la centrale termoelettrica. L’atto di indirizzo sarà presentato durante la giunta comunale di Savona e rafforza la posizione dei Comuni del comprensorio savonese che si battono per bloccare l’ampliamento e procedere con una ristrutturazione dei gruppi a carbone esistenti.

La delibera di giunta fa seguito all’ordine del giorno votato in Consiglio Comunale. Savona si aggiunge ai comuni di Noli, Spotorno e Quiliano, ma certamente in qualità di Comune capoluogo l’appoggio al Comune di Vado assume anche un significato politico, che arriva dopo il vertice tra sindacati e azienda nel quale si era evidendiato la necessità di procedere con l’iter autorizzativo pena la perdita di competitività dell’impianto vadese, con il rischio concreto di una dismissione dell’impianto nel giro di una ventina d’anni.

“A queste condizioni meglio la chiusura” ha detto ancora il sindaco di Vado Ligure Attilio Caviglia, soddisfatto per il passaggio in giunta della delibera del Comune di Savona: “Il fatto che Savona dia formalmente il suo appoggio legale rafforza la nostra posizione. Credo sia il risultato di un lungo lavoro intrapreso a tutela dell’ambiente per la nostra provincia. Questo non significa che non ci interessano i posti di lavoro, significa che a certe condizioni un tavolo di confronto è inutile. Si può discutere se iniziamo a parlare della ristrutturazione dei gruppi esistenti e degli interventi sul fronte ambientali necessarie per monitorare la qualità dell’aria” ha concluso il primo cittadino vadese.

Intanto è stato convocato un incontro da parte del gruppo di lavoro consiliare congiunto, che si è costituito per dire no all’ampliamento, in programma a Quiliano il prossimo giovedì 23 settembre, al quale prenderanno parte anche le organizzazioni sindacali di categoria che hanno partecipato al vertice con l’azienda.

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Cina, entro il 2010 chiuderanno 1539 miniere di carbone

"Di recente un funzionario dell'Amministrazione statale per la sicurezza sul lavoro ha detto che quest'anno il governo cinese chiuderà 1539 piccole miniere di carbone, per assicurare la realizzazione dell'obiettivo di controllare per la fine del 2010 il numero delle piccole miniere a 10 mila.

La settimana scorsa il governo cinese ha trattato seriamente tre gravi incidenti nelle miniere di carbone e oltre 70 funzionari locali sono stati sottoposti a punizione amministrativa, e più di 100 persone sono state indagate per responsabilità penali".
Fonte: crionline.it

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13 settembre 2010

Le nuove celle fotovoltaiche, autoriparanti e più efficienti

Se invece di gettar via i soldi pubblici li investissimo in ricerca...

Da greenme.it

Non si finisce mai d'impare... dalla Natura. A ricordarcelo è il prof. Michael Strano, del dipartimento di Ingegneria Chimica del Massachussets Institute of Technology, (MIT) che, insieme al suo team di ricerca, ha riprodotto uno dei più importanti fenomeni della fotosintesi. Si tratta di un processo che coinvolge alcune molecole presenti nelle foglie, i fosfolipidi: per ovviare al deperimento provocato dai raggi solari, tali molecole si scindono e si riassemblano di continuo, in una sorta di riciclo perpetuo di se stesse. Ora però, qualcosa di simili è accaduto non dentro un acero o una quercia, ma in un laboratorio.
Come riportato nell'articolo relativo – pubblicato sulla rivista Nature Chemistry – le molecole sintetizzate da Strano & co. sarebbero in grado non solo di trasformare l'energia solare in elettricità, ma anche di “autoripararsi”, proprio come i fosfolipidi delle foglie. E questo grazie all'aggiunta o alla rimozione di un

 semplice additivo (in Natura la stessa cosa avviene per mezzo dell'ossigeno).

Inevitabile quindi non pensare subito a un'applicazione nel campo delle energie rinnovabili, solare in primis. Uno dei problemi che ogni costruttore deve affrontare, infatti, è la durata delle celle fotovoltaiche: l'azione continua del sole, alla lunga, comporta un lento degrado del sistema e un abbassamento delle prestazioni. Perché dunque non prendere spunto dalla Natura e creare delle strutture autoriparanti con cui, in futuro, costruire dei pannelli solari molto più longevi ed efficaci?
Detto, fatto. Non proprio: ci sono voluti anni perché il team di ricerca sintetizzasse le molecole e creasse simili strutture, e chissà quanti altri ne passeranno prima di vedere una loro applicazione comparire nel mercato globale. Tuttavia, gli esperimenti condotti finora hanno dimostrato che strutture molecolari di questo tipo hanno un'efficienza di conversione dell'energia solare di circa il 40%, ovvero il doppio di quella attualmente in commercio. Inoltre, Strano garantisce che, con opportune modifiche, si potrà arrivare addirittura al 100%. Un obiettivo che la Natura, da millenni, ha già realizzato.
Roberto Zambon

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12 settembre 2010

Nuovi studi sul riscaldamento globale: per evitare il peggio, stop subito a ogni nuova fonte di inquinamento

Da greenreport.it

"Science pubblica uno studio di un gruppo di ricercatori della New York University guidato da Martin Hoffer, secondo il quale per tagliare davvero i gas serra «Occorre uno sforzo economico per finanziare la ricerca di base sulle energie rinnovabili, tagliando al contempo i sussidi allo sfruttamento dei combustibili fossili. Le attuali tecnologie energetiche non sono sufficienti ad abbassare il rischio associato al cambiamento climatico». Gli scienziati dicono che per evitare i rischi del cambiamento climatico, occorrono ancora ulteriori progressi per limitare l'incremento di temperatura a circa 2°C oltre i livelli preindustriali.

Secondo le stime dell'Ipcc per tenere l'aumento della temperatura globale entro i 2 gradi bisognerebbe limitare la CO2 in atmosfera a meno di 450 parti per milione, quindi con una forte riduzione dei gas serra prodotti dai combustibili fossili. Attualmente siamo a circa 385 ppm, 100 ppm oltre il livello pre-industriale, ma i livelli sono in incremento.

In un altro studio pubblicato da Science Steven Davis, dell'università di Stanford, calcola cosa succederebbe se dovessimo utilizzare solo i combustibili inquinanti già esistenti e mantenere l'aumento della temperatura media a 1,3 gradi: «Per riuscirci senza intaccare la produttività bisognerebbe avere a disposizione fonti rinnovabili che producano almeno 30 Terawatt di energia entro metà secolo».

«Finora, gli sforzi per tagliare le emissioni non hanno funzionato - dice Hoffert, professore emerito del dipartimento di fisica della Nyu - Le emissioni stanno crescendo con una velocità maggiore che in qualunque altro periodo storico, e i programmi per invertire la tendenza sviluppando fonti energetiche che non producano CO2 stanno procedendo a rilento, nel migliore dei casi». Secondo lo scienziato sono due i principali "intoppi" per i quali le tecnologie energetiche esistenti non sarebbero sufficienti per ridurre le emissioni al livello indicato dall'Ipcc. Il solare e l'eolico, nonostante la loro grande crescita «non hanno dimostrato finora la capacità di penetrazione massiccia nel mercato, soprattutto per la necessità di impianti in grado di immagazzinare l'energia prodotta in modo intermittente da queste due fonti energetiche».

Il secondo ed eterno problema riguarda i combustibili fossili il cui utilizzo cresce invece di diminuire: «Quando il gas naturale e il petrolio si avvicinano alla produzione di picco, la produzione di carbone aumenta, e in Cina, India e Stati Uniti vengono costruiti nuovi impianti. Solo massicci investimenti consentirebbero di sviluppare la ricerca di base al punto da arrivare presto a prodotti adatti a essere commercializzati. E soprattutto occorrerebbe ridurre drasticamente i sussidi ai combustibili fossili che, secondo le stime, ammontano a circa 12 volte quelli elargiti alle energie rinnovabili».

Una conferma che gli sforzi attuali non bastano arriva dalla Thailandia: il direttore del Southeast Asia Start regional research centre, Arnon Sanidwong na Ayudhaya, ha spiegato al giornale The Nation che «Nei prossimi 35 anni, la temperatura in Thailandia umenterà di 4 gradi Celsius, il che porterà le province orientali ad essere sempre sommersi da 300 millimetri di pioggia ogni anno».

L'analisi dello Start sui basa su otto modelli climatici per i prossimi 35 - 55 anni e che dividono la Thailandia otto zone geologiche e geografiche e analizzano fattori come temperature, precipitazioni e variazioni del livello del mare: «Nei prossimi 35 anni le temperature medie del paese aumenterebbero di 3 - 4 gradi, in particolare nelle zone di montagna del Nord. Le temperature aumenterebbero nella stagione delle piogge e nei mesi invernali, restringendo così ulteriormente la differenza tra estate e inverno».

Ma ci sono problemi anche per le città e soprattutto per la metropoli Bangkonk perché il cambiamento climatico funziona anche come un fattore di incremento delle isole urbane di calore.

Secondo Arnon Sanidwong na Ayudhaya «L'aumento della temperature inciderebbe sui sistemi metabolici delle persone e causerebbe morti. I modelli hanno inoltre dimostrato che il livello del mare aumenterebbe di 14-15 centimetri, interessando le zone costiere, da Bangkok a Rayong e Phetchaburi, fino a Narathiwat».

I livelli delle precipitazioni potrebbero essere diversi nelle varie zone della Thailandia: nel nord-est e nell'ovest ci sarebbero 70 -100 mm di pioggia, mentre ad est si raggiungerebbero i 300 millimetri, con gravi inondazioni. Secondo Arnon «Entro il 2100, il numero di gravi inondazioni aumenterà e si verificheranno 3 - 6 volte ogni 100 anni rispetto alla frequenza precedente che era di un'alluvione simile ogni secolo. Dato che la Thailandia è sensibile alle inondazioni e alle frane, gli insediamenti sulle rive e nelle zone costiere dovrebbe essere rivisti, perché queste aree in futuro saranno esposte ad un grave rischio di inondazioni. Se non si fa nulla per evitare questo, il Paese subirà perdite economiche e sociali. Dato che molti governi stanno cercando l'aiuto di esperti ambientali, il rapporto di quest'anno dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) è in linea con questi fatti».

Chaowalit Silpathong, direttore della Geo-Informatics and space technology development agency ha confermato che la Thailandia «sarebbe colpita dal riscaldamento globale sotto forma di inondazioni». Le foto satellitari scattate dal 2005 ad oggi «Dimostrano che le inondazioni sono più frequenti e di solito nelle stesse aree. In Thailandia livello del mare è aumentato di 2,8 - 4,3 centimetri, un livello molto più elevato del tasso medio mondiale di 1,8».

Il cambiamento climatico in Thailandia non è solo una remota previsione: accade sotto li occhi disperati della gente. L'8 settembre le case e le scuole lungo il fiume Chao p'ya nel distetto di Pathum Thani Sam sono state messe in salvo con una diga di sacchi di sabbia a causa di una piena eccezionale, intanto più a valle 60 case di Tambon Phong Pheng, nel distretto di Pa Moke Angthong, sono state inondate,: I sacchi di sabbia sono ormai diventati parte dell'arredo delle povere case dei Thailandesi che vivono lungo il fiume.

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11 settembre 2010

Cattura e stoccaggio CO2 = costosa idiozia. Che pagheranno i contribuenti

Follìa pura.
Le CCS (cattura e stoccaggio della Co2) sono tecnologie morte e sepolte ancora prima di poter trovare spazio su larga scala. Costi vertiginosi (1 miliardo di euro ogni 300 MW) e dispendio energetico sono i prezzi da pagare, e quindi a quale privato converrà mai affrontare un investimento simile?

"A nessun privato!" è la risposta, infatti la politica si prepara a caricare questi costi sulle nostre tasche.

Tutto questo perché il business sporco del carbone possa continuare in futuro con un alibi: questo ectoplasma delle CCS consente di tenere in vita false e viziose speranze sulla realizzazione un carbone a basso impatto ambientale. Un alibi falso e sporco, come il carbone pulito.

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10 settembre 2010

Dopo la combustione del carbone: centinaia di milioni di tonnellate annue di ceneri residue, e dove finiscono?

Si parla spesso dell'impressionante quantità di Co2 che le centrali a carbone emettono annualmente nell'atmosfera, un'ammontare insostenibile per l'equilibrio del Pianeta.

Ma delle ceneri del carbone, vogliamo parlarne? La Environmental Protection Agency (EPA) statunitense ha appena indetto sette audizioni pubbliche in tutto il Paese per sondare l'opinione pubblica sulla sua proposta di regolamentare la gestione delle ceneri prodotte dalla combustione del carbone nelle centrali elettriche.
Queste ceneri rappresentano un rischio sanitario e ambientale. Si vedano le catastrofi ambientali del 2008 a Kingston (Tennessee)



e quella del 2000 a Martin County Kentucky



anche se causate da un tipo di impianti con gestione delle ceneri differente da quelli nostrani).

Eppure in molti Stati la loro gestione è ancora svincolata da disposizioni specifiche, e in Italia sono considerate rifiuti speciali non pericolosi e utilizzate nei calcestruzzi, nonostante la loro radioattività e la presenza di metalli pericolosi per la salute umana. Ricordiamo ai nostri lettori come l'industria del carbone abbia da sempre fatto pressione affinché questa assenza di regolamentazione rimanesse tale, poiché uno smaltimento in discariche speciali avrebbe costi piuttosto alti.

E' così che una grande parte di questi residui prodotti dalla combustione del carbone, che ammontano a centinaia di milioni di tonnellate annue in tutto il mondo, finisce ad alimentare cementifici (come quello che si vorrebbe costruire a Tarquinia e che consumerebbe 8 Megawatt di energia per smaltire le ceneri di TVN. Come dite? C'è già un grosso cementificio a Montalto di Castro? Lo chiamano progresso, lo chiamano sviluppo.)


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Appalachia Rising: grande mobilitazione contro l'estrazione del carbone



Il 25, 26 e 27 settembre Washington, DC (USA) sarà teatro di una vasta mobilitazione per contrastare la distruzione dei territori che subiscono il "mountaintop removal", tecnica estrattiva del carbone che consiste nel far saltare intere montagne.

I cittadini del Kentucky e della Virginia chiederanno che la tecnica del Mountaintop Removal sia proibita per legge, e più in generale, che le fonti rinnovabili prendano il posto del carbone. Con loro manifesteranno organizzazioni di Ex minatori in pensione, Veterani del Vietnam, Figlie dei minatori del carbone, ambientalisti, politici.

Sono previsti convegni, workshop, e una marcia non violenta che concluderà l'evento. Clicca qui per il sito dell'iniziativa, che contiene anche numerosi contributi di artisti e testimonianze dei cittadini residenti nelle aree interessate.

Altri siti sul problema del Mountaintop Removal:
friendsofblairmountain.org
ilovemountains.org
mountainjustice.org
Stop-mountaintop-removal-mining

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9 settembre 2010

Legambiente sull'ampliamento della centrale di Vado

Legambiente Liguria entra nel dibattito sull'ampliamento della Centrale Tirreno Power. La sezione ligure di Legambiente ricorda che la Regione Liguria, con una delibera di Giunta della trascorsa legislatura, si è espressa in maniera ferma contro l'ampliamento a carbone della centrale.

"Ci stupisce l'ambiguità dalla Regione Liguria che se da un lato ribadisce il no all'ampliamento, dall'altro sembra ventilare l'apertura di un tavolo di confronto con i vertici di Tirreno Power. Questo tavolo - commenta Stefano Sarti, Presidente di Legambiente Liguria - avrebbe senso solo se Tirreno Power ritirasse il progetto di ampliamento a carbone perchè se così non fosse, per la Regione Liguria significherebbe tornare indietro rispetto ad un approccio chiaro che la delibera di Giunta regionale della trascorsa legislatura affermava, opponendosi ad una scelta scellerata come quella proposta. Inoltre, è pendente un ricorso al tar presentato dalla Regione stessa, a cui si sono associati gli enti locali territoriali, che sono stati prevaricati e non ascoltati nella fase decisionale, in sede di Commissione nazionale di Valutazione di impatto ambientale, contro il permesso di concedere l'ampliamento. Riteniamo infine che un piano energetico serio, con un prospettiva ambientalmente sostenibile e che guardi alla tutela della salute dei cittadini dovrebbe favorire lo sviluppo di politiche energetiche rinnovabili , che escludano il carbone".

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