No al carbone Alto Lazio

20 luglio 2011

Progettare il futuro energetico italiano

Dal comitato “vota si per fermare il nucleare”:

"VERSO IL FORUM ITALIANO PER L’ENERGIA
PER LA RIVOLUZIONE ENERGETICA NELLA PROSPETTIVA APERTA
DALLA CULTURA DEI BENI COMUNI"

Con il Referendum, quello che potremmo definire “l’equivoco del nucleare” è stato spazzato via dall’agenda politica ed energetica.

Questo è il punto di arrivo di una straordinaria e vincente campagna referendaria. Oggi abbiamo la possibilità di individuare un nuovo punto di partenza.

La vittoria è stata determinata da una molteplicità di fattori, ma in questa sede è importante per noi sottolinearne soprattutto due.

Il primo. Nel corso della campagna referendaria è emerso in modo palese il sostegno popolare, trasversale ai partiti, alla “visione” di una nuova economia e di un nuovo modello di sviluppo fondata sull’energia distribuita e su un uso diverso dell’energia, in altre parole su fonti pulite e rinnovabili e sull’efficienza e il risparmio energetico. Su questa visione, per oltre metà degli Italiani, si deve basare il futuro del Paese. E ciò che è più importante è che tutto ciò è stato visto come un’alternativa vera e concreta al nucleare.

Il secondo. Questa campagna referendaria ha visto emergere una società in movimento, che ha espresso una nuova politica fatta di pratiche e metodologie originali, insieme al ridimensionamento del potere assoluto delle TV a favore della riscoperta di strumenti di propaganda e informazione basati sul dialogo ed il convincimento diretto di milioni di persone, accanto all’uso dei social network e della rete. Tutto ciò è potuto avvenire perché è esploso nel paese un nuovo bisogno di partecipazione e di impegno che si è nutrito di uno straordinario interesse per i beni comuni.

La campagna referendaria ha quindi costituito una formidabile occasione perché si recuperasse il dibattito e l’elaborazione a livello territoriale su questioni strategiche, nazionali e globali: questo rende possibile, oggi, intrecciare le esperienze locali in un ambito più collettivo e in una prospettiva di nuova mobilitazione sociale e culturale a scala nazionale.

Per tutto ciò oggi è possibile parlare di un nuovo punto di partenza. A due condizioni. Che si valorizzi la varietà e ricchezza di posizioni e approcci. Che non si rinunci ad un’azione unitaria ed efficace una volta individuato lo scenario condiviso.

Tale scenario può essere sintetizzato nella contemporanea presenza sulla scena mondiale della crisi economica e di quella climatica che disegnano il nostro campo d’azione intorno a tre grandi questioni tra loro intrecciate: lo sviluppo delle rinnovabili, del risparmio e dell’efficienza energetica, la risposta ai cambiamenti climatici, le opportunità di lavoro e di modifica degli stili di vita che tutto ciò determina. Grazie a questi scenari oggi è concretamente possibile costruire una nuova economia fondata sulla sostenibilità ambientale, a basse emissioni di CO2, ed un modello di produzione distribuita dell’energia, partendo dal riconoscimento che stiamo vivendo nella prima fase di una vera e propria rivoluzione energetica, alla ricerca di un diverso paradigma di gestione delle risorse, che superi anche la dicotomia pubblico-privato. L’Unione Europea, ad esempio, sta elaborando una RoadMap per la decarbonizzazione al 2050. Si tratta di una vera rivoluzione, con il completo affrancamento dal carbone e dal petrolio che hanno costituito la base della rivoluzione industriale degli ultimi 200 anni. L’esito però di questa storica battaglia è tutt’altro che scontato: anzi, è già in atto un’offensiva tesa a rilanciare l’uso del carbone e mantenere inalterato il peso dei combustibili fossili.

Dobbiamo anche sapere che la rivoluzione energetica non è un processo tecnico, ma richiede un ripensamento profondo dei processi sociali e dei modelli culturali. Serve perciò rilanciare un grande investimento nella formazione di un nuovo patrimonio di conoscenza e di consapevolezza delle persone, che passa sia attraverso un rilancio del sistema di istruzione e ricerca sia attraverso il recupero dei saperi delle comunità. Serve pensare a forme nuove e originali di mobilitazione sociale, capace di tenere insieme le associazioni con i gruppi di acquisto solare, le imprese con il governo del territorio, i piani di riqualificazione energetica delle città con la produzione distribuita di energia pulita, l’apertura di concrete prospettive di futuro per i giovani con il rilancio del lavoro a partire dal ruolo dei lavoratori nell’intervenire sui cicli produttivi e sui prodotti nella prospettiva di una riconversione energetica.

Sono obiettivi e prospettive ambiziosi. Tanto più che oggi in Italia, a differenza che nella maggior parte dei paesi europei, non esiste alcuna strategia e programmazione, né sul Clima e la riduzione delle emissioni climalteranti, né sull’energia. Sono necessarie scelte strategiche e settoriali di Governo e Parlamento, con un ruolo attivo delle Regioni e degli Enti Locali che partano dal chiaro obiettivo di ridurre le emissioni di anidride carbonica in tutti i settori energetici (produzione elettrica e industriale, terziario, trasporti, riscaldamento e agricoltura).

La forza che abbiamo accumulato durante la campagna referendaria può trasformarsi oggi in un grande movimento popolare che costruisca uno spazio pubblico partecipato capace di produrre risposte concrete alle sfide che abbiamo delineato, tenendo insieme energie pulite, clima, lavoro, ricostruendo un’idea di futuro che abbia al centro il benessere comune.

Oggi possiamo aprire un percorso originale e ci possiamo muovere su più piani:

* iniziativa forte ed incisiva contro il carbone a partire da una iniziativa nazionale da tenersi a Porto Tolle in autunno.
* appoggio alla Proposta di legge di iniziativa popolare SVILUPPO DELL’EFFICIENZA ENERGETICA E DELLE FONTI RINNOVABILI PERLA SALVAGUARDIA DEL CLIMA, per chiedere che la nuova Strategia Energetica e Ambientale Nazionale sia fondata sugli obiettivi europei di riduzione delle emissioni climalteranti entro il 2020 e sull’obiettivo di completa decarbonizzazione al 2050, sostenuta da un processo partecipato di consultazione che veda il coinvolgimento di tutti gli attori sociali (organizzazioni non governative, sindacati, aziende, cittadine e cittadini) e delle istituzioni locali e regionali.

* Avvio di un percorso di confronto con i sindacati sulle opportunità di coniugare la sfida energetica con il lavoro.

* Promuovere una conferenza nazionale per l’energia che elabori un Piano Energetico Nazionale, partendo dall’attuale overcapacity nella produzione elettrica, per puntare alla progressiva sostituzione dell’uso di combustibili fossili con le fonti energetiche pulite e rinnovabili, nel quadro di una generale riduzione del consumo di energia e un uso più efficiente dell’energia stessa.

* messa in campo di piani energetici locali, in particolare per le grandi aree urbane, che sulla base di regole chiare individuino le priorità e le scelte strategiche, minimizzando l’impatto nell’uso del territorio.

* iniziativa autunnale per una Strategia Energetica e Ambientale che tagli le emissioni di gas climalteranti globali e locali, oltre che le emissioni dannose per la salute, che rilanci l’attenzione in Italia per i cambiamenti climatici e le urgenti e conseguenti azioni che rispecchino la giustizia climatica a livello nazionale e internazionale, mobilitando il popolo delle rinnovabili, del risparmio e dell’efficienza

* strutturazione di un Centro Studi, che accompagni le elaborazioni territoriali e avanzi proposte per la convocazione di una conferenza nazionale e la predisposizione di un vero e proprio piano energetico per l’Italia, ponendo l’obiettivo ambizioso, come già ha fattola Germania, della produzione di energia da fonti rinnovabili all’80 % entro il 2050, con la contestuale riduzione del consumo energetico da fonti fossili

* prosecuzione della mobilitazione antinucleare sia per tenere sotto osservazione il nucleare che già c’è (dal decomissioning alla presenza di uranio impoverito o in ogni modo riprocessato), sia per lavorare con il movimento antinucleare europeo
* partecipazione alla cinquantesima Marcia della Pace Perugia-Assisi perché la necessità di approvvigionamento energetico e la dipendenza da fonti esauribili e geolocalizzate continua ad essere, insieme al bisogno di acqua, la causa principale di molteplici conflitti.

Sulla base di questi elementi l’assemblea decide di riconvocarsi entro il mese di settembre 2011 per proseguire l’esperienza unitaria della campagna referendaria, promuovendo la costituzione di comitati territoriali aperti in un percorso nazionale verso la costituzione di un forum italiano per l’ energia, per la rivoluzione energetica nella prospettiva aperta dalla cultura dei beni comuni.

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Porto Tolle, il metano come soluzione intermedia

Da RovigoOggi
"Venezia - Mercoledì 20 luglio il consiglio regionale del Veneto inizierà la discussione del tanto contestato disegno di legge, proposto dalla giunta presieduta da Luca Zaia, per la modifica dell'articolo 30 della legge 36/97, che ha sancito di fatto la nascita dell'Ente parco del Delta del Po Veneto.

Una modifica definita necessaria dopo la sentenza del Consiglio di Stato, che ha cassato la Via del ministero dell'Ambiente del 2008, impedendo l'avvio dei cantieri per l'opera di riconversione a carbone della centrale Enel di Polesine Camerini.

Sul tavolo anche l'emendamento “migliorativo” che il Partito democratico ha intenzione di presentare per: “assicurarci che la legge non vada contro le normative europee – aveva spiegato a suo tempo il consigliere regionale Graziano Azzalin – e che venga rispettato l'ambiente di questa area sensibile”.

L'articolo 30, che in due commi (“a” e “b”) prevede la realizzazione di un impianto per la produzione di energia che abbia un impatto ambientale, pari o inferiore, ad una centrale a gas e il divieto di estrarre idrocarburi dal sottosuolo, avrà un comma aggiuntivo (a bis) che in pratica permetterebbe la realizzazione di una centrale a carbone, annullando il comma precedente.

“Quanto proposto dalla giunta regionale è un provvedimento ad hoc – commenta l'avvocato Matteo Ceruti, già vincitore di due battaglie contro Enel, in Cassazione prima ed in Consiglio di Stato poi – e come tale non ha certo i requisiti che dovrebbe avere una legge e cioè generalità ed astrattezza. Questa modifica è stata fatta per un ben soggetto beneficiario e per risolvere una precisa controversia giuridica. Dal mio punta di vista è una proposta di legge che umilia un'assemblea legislativa”.

Ceruti analizza anche il disegno di legge elaborato dalla giunta regionale, spiegando come questa non tenga conto della valutazione di una riconversione a gas: “Nella modifica – continua – quando si fa richiamo alle norme del decreto legislativo 152/2006 (codice dell'ambiente) si citano alcune sezioni, trovando uno strano salto, sui punti relativi i metalli pesanti”.

Proprio quei punti, come spiegato dall'avvocato, è stato segnalato dall'Agenzia per la protezione dell'ambiente una carenza, ponendo l'attenzione nel limitare la ricaduta di questi sul territorio.

“Cosa fare dopo l’approvazione è tutto da decidere – conclude Ceruti – ma si aprono possibilità di ricorso sia a livello interno che europeo, visto che la comparazione a gas è prevista anche in Europa. Non so se questa strada, un muro contro muro, sia la cosa migliore per le imprese e i lavoratori che reclamano un posto di lavoro, ma c'è una soluzione alternativa, senza ostacoli giuridici e oppositori. Il gas sarebbe una soluzione ragionevole e non estremista”.

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Carbone a Porto Tolle, scontro lobbies VS Emilia Romagna

L'affaire carbone contrappone le lobbies del magnamagna (enel, Veneto, sindacati) alla giunta regionale dell'Emilia Romagna

Da LaVoceditalia.it
"Rovigo – La Provincia è di Rovigo ma la centrale elettrica di Porto Tolle è attualmente gestita da due diverse amministrazioni regionali, quella del Veneto e quella dell’Emilia Romagna. Una co gestione a metà che fino ad oggi di problemi ne ha dati ben pochi ma che rischia ora di trasformarsi in un difficile ostacolo sulla nuova vita dell’impianto di produzione di energia di proprietà dell’Enel. Da tempo si parla di una riconversione necessaria per migliorare il fattore di capacità di una centrale che riconvertita a carbone potrebbe riproporsi come polo ad alto rendimento energetico.

L’Enel aveva già predisposto tale riconversione, sfruttando la legge del 2009 che prevede l’annullamento delle obbligatorietà della comparazione tra gas e carbone a patto che “si dimezzi l’inquinamento dell’aria”. Lo scontro sta proprio in questo: la centrale si trova nel bel mezzo del Parco del Delta del Po e una sua trasformazione ‘carbonifera’ altro non farebbe che intaccare pesantemente l’aria già non brillantissima della zona coinvolta.

In questo caso è il Veneto a dirsi favorevole, mentre l’Emilia Romagna ha da poco presentato un documento di opposizione alla riconversione. “L’intesa sul progetto – spiega l’assessore regionale all’Ambiente Maurizio Conte – è larga e già condivisa, stanno partecipando con impegno e serietà la Regione Veneto, il Governo, l’Enel e i sindacati. Stupisce la reazione dell’Emilia Romagna: sul piatto ci sono vantaggi riconducibili a moltissimi ambiti”.

Secondo Conte tali vantaggi non riguarderanno solo il sensibile miglioramento energetico ma anche e soprattutto l’occupazione zonale, con quasi mille nuovi lavoratori nell’impianto e quasi 4mila di indotto nel territorio. “Carbone pulito è un ossimoro – commenta invece il consigliere regionale dell’Emilia Romagna Giovanni Favia – Non è possibile che ci piazzino 1000 megawatt di centrale a carbone in pieno Parco del Po e nessuno dica niente”.

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Renata Briano, assessore chiaroveggente ma con poca memoria

Da Uniti Per La Salute - Savona

"Lettera aperta

Preg. Sig Assessore Ambiente Regione Liguria Dott. Renata Briano
Preg. Sig Presidente della Regione Liguria Ing. Claudio Burlando
Preg. Sigg. Consiglieri del Gruppo provinciale savonese del PD

In merito al potenziamento della Centrale di Vado - Quiliano, il sindaco di Vado, citando la prescrizione A23 contenuta nella Valutazione impatto Ambientale del 27 luglio 2009, ha ricordato quanto in essa disposto in modo inequivocabile e cioè che prima dell’inizio dei lavori dovrà essere prodotto uno studio epidemiologico ai fini di evidenziare la presenza o meno di patologie collegate agli inquinanti emessi dalla centrale.

Crediamo che in uno stato di diritto, dove si rispettino le leggi e le disposizioni a seguito di procedimenti avvenuti secondo la legge, alla prescrizione deve essere dato seguito con puntuale ottemperanza: non ci possono essere dubbi.

Tuttavia nel merito della citata prescrizione oggi (16/7/2011) leggiamo alla pagina 23 del Secolo XIX che "In regione, l’assessore all’ambiente rassicura (ci domandiamo chi debba essere rassicurato e perché):

“Effettivamente un passo da rivedere - dichiara l'assessora all' ambiente - I lavori partiranno senza ritardi... Anche perché dover aspettare l’indagine per poter aprire i cantieri sarebbe un’imposizione che va contro il principio, accolto da tutti, di migliorare la situazione ambientale della zona. L’obiettivo di tutti è migliorare il quadro delle emissioni e non certo di far funzionare per molti anni i vecchi gruppi”

Solo due considerazioni.

Lei Assessore afferma:"i lavori partiranno senza ritardi ... anche perché aspettare un’indagine per poter aprire i cantieri...” Se l’indagine epidemiologica è prescritta prima dell’inizio dei lavori, la si ottempera punto e basta: credevamo che l’interpretazione, come dire, “elastica” delle norme e l’applicazione delle stesse “ad aziendam” appartenesse ad altre culture...

Lei afferma anche: ”L’obbiettivo di tutti è migliorare il quadro delle emissioni e non certo di far funzionare per molti anni i vecchi gruppi”. Cose già sentite dal Presidente della Regione: ”non decidere avrebbe significato tenersi due gruppi a carbone vecchi di quarant’anni e molto inquinanti e il parco carbone scoperto, quindi un danno ambientale colossale”.

Francamente non ne possiamo più di questa vecchia, e pensiamo improponibile, litania che crediamo di aver sentito più volte da Marson / Vaccarezza: Lei Assessore e Lei Presidente sapete benissimo che i gruppi NON POSSONO RESTARE COME SONO, ma per legge e senza condizioni dovevano già da anni (almeno dal 2007) essere adeguati alle migliori tecnologie secondo l’A.I.A. I gruppi continuano a funzionare nonostante siano privi di tali adeguamenti.

Chi ha la responsabilità di averli fatti funzionare così fino ad oggi e tuttora?


Alla prevedibile risposta che sarebbe compito del Ministero, obiettiamo che i sindaci hanno più e più volte sollecitato l’AIA e quindi Vi chiediamo formalmente:

- Come Amministratori regionali che cosa avete fatto in questo senso per pretendere quanto dovuto per la tutela della salute dei cittadini?

- Quali passi formali avete prodotto affinché i vecchi gruppi fossero adeguati secondo legge?

- Quali provvedimenti avete preso in tutti questi anni per ovviare a questa situazione quando apprendiamo dalle vostre stesse parole di ”gruppi molto inquinanti.. danno ambientale colossale “?


In un recente comunicato (14 luglio) I Consiglieri del Gruppo provinciale savonese del PD" affermano: “Solo dopo l’AIA e dopo una accurata valutazione sanitaria ed epidemiologica del territorio (altra richiesta dei Sindaci) si procederà con la realizzazione del primo nuovo gruppo.”
Chiediamo ai Consiglieri Provinciali del PD: come si concilia la vostra affermazione con quella dell’Assessore Briano:" i lavori partiranno senza ritardi ... anche perché aspettare un’indagine per poter aprire i cantieri...”?

Restiamo in attesa di sollecite, inequivocabili e anche pubbliche risposte affinché i cittadini possano avere un quadro su come si decide per il loro futuro.

Uniti per la Salute - Onlus"

unitiperlasalute(at)libero.it

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Carbon tax in Australia

Qualcosa si muove, ma è davvero poca roba. Fonte
"L'Australia ha scelto la via più diretta (e ardua) per combattere l'inquinamento e puntare alle fonti rinnovabili: la tanto annunciata e altrettanto osteggiata carbon tax è ora un progetto di legge. Come ha dichiarato il premier Julia Gillard, che è riuscita a coalizzare tutta la sua esile maggioranza su questo provvedimento, le 500 imprese più inquinanti del Paese dovranno pagare 23 dollari australiani (circa 17 euro) per ogni tonnellata di CO2 emessa, da metà 2012 al 2015, con incrementi annuali della tassa pari al 2,5 per cento. Nel 2015 si passerà invece a un sistema di mercato “cap and trade” sulla scia di quello europeo, con la possibilità di vendere e acquistare i crediti di emissione a prezzi variabili e fissando dei tetti annuali alla quantità massima di emissioni per ogni settore industriale.

È una vera rivoluzione per un Paese che produce l'80% dell'energia elettrica nazionale con le centrali a carbone, tanto da essere ai primi posti nel mondo per emissioni pro capite di CO2. Con la carbon tax, il governo pensa di ridurre del 5% le emissioni inquinanti nel 2020, rispetto ai livelli del 2000 (159 milioni di tonnellate di CO2 in meno). Anche se arriverà l'approvazione dai due rami del Parlamento, l'esecutivo Gillard dovrà fronteggiare una crescente opposizione alle sue misure ambientaliste; sul piede di guerra, infatti, ci sono non soltanto le industrie minerarie, siderurgiche e le compagnie aeree, ma anche i cittadini che temono l'impennata delle bollette elettriche. Il Governo, però, ha dichiarato che stanzierà circa tre miliardi di dollari per compensare l'introduzione della tassa, con riduzioni fiscali alle famiglie e finanziamenti per le rinnovabili e l'efficienza energetica.

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Fiato sul collo a Zaia


Agisci, con l'iniziativa di Greenpeace:

Pericolo carbone in Italia, ferma la centrale di Porto Tolle. Chiedi subito al governatore della Regione Veneto di fermare questo scempio nella zona protetta del Delta del Po. Scrivi subito a Zaia!

Luca Zaia, il governatore leghista della Regione Veneto, vuole fare un regalo a Enel: cambiare la legge di un parco già fragilissimo – quello del Delta del Po – per consentire la riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle. C’è poco tempo per fermarlo: in Consiglio regionale stanno discutendo la legge proprio in queste ore.

Questa centrale avrebbe un impatto su un’area estremamente estesa della Pianura Padana, e produrebbe 10 milioni di tonnellate l’anno di CO2, cioè oltre 4 volte le emissioni annuali di una città come Milano.

Chiedi subito al governatore della Regione Veneto di fermare questo scempio nella zona protetta del Delta del Po. Scrivi subito a Zaia!

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19 luglio 2011

Il boschetto a Torrevaldaliga si farà?

Sui media locali la notizia: secondo indiscrezioni, enel pare intenzionata a rispettare la prescrizione che impone la realizzazione di un bosco di 40 ettari a ridosso della centrale di Torrevaldaliga Nord, come previsto dal relativo decreto autorizzativo. Tale decisione -a lungo attesa dai cittadini e imposta dalla legge- si porrebbe in contrasto coi piani del sindaco Moscherini di trasformare quell'area in una gigantesca distesa di cemento e zone franche per i traffici mercantili, piano già conosciuto anche come "Terminal Cina" e attorno a cui si raccolgono gli appetiti di costruttori, speculatori e malaffare.

Vedi Civonline.it 

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16 luglio 2011

Mario Tozzi, il carbone è scelta che più miope non si può

"Dalla padella alla brace", su LaStampa Mario Tozzi spiega come l'alternativa al nucleare non può essere il carbone. Parole abbastanza chiare, anche se restano fuori dall'articolo numerosi problemi non citati, connessi con l'uso del carbone a fini energetici

"Chi si era chiesto come avrebbe fatto l’Europa a procedere senza più energia nucleare ha avuto la sua risposta.

Soprattutto accendendo nuove centrali a carbone e non spegnendo le vecchie. Non avete voluto il nucleare? Allora beccatevi il carbone, una logica che più miope non si può. La scelta viene giustificata dalle nuove tecnologie (il carbone pulito) e
dal bisogno sempre più pressante di energia, fattori che si faranno risentire anche sul nostro Paese, che dipende solo per l’11% dal carbone, ma che vede diffusi tentativi di riconversione verso questo combustibile fossile.

Chiunque abbia preso mai in mano un pezzo di carbone sa che il carbone pulito non può esistere, esistono semmai tecnologie più pulite (clean coal technologies) per il suo sfruttamento. Come quelle che consentono di ricavare combustibili liquidi attraverso la sua liquefazione.

Polveri e ceneri volatili vengono limitate nelle nuove centrali a carbone attraverso l’impiego di dispositivi a ciclone, precipitatori elettrostatici, sistemi di lavaggio a umido e filtri di vario genere. Il problema micidiale delle emissioni di anidride solforosa (cioè delle piogge acide) viene risolto (il termine meritava le virgolette, ndr) soprattutto separandola dagli altri gas combusti o desolforando direttamente il carbone. Gli ossidi d’azoto possono essere significativamente limitati (denitrificazione) agendo sul processo di combustione o rimuovendoli dai gas combusti.

Non c’è niente da fare, però: il carbone inquina, comunque aumenta l’effetto-serra, produce ceneri e, alla fine, è destinato a esaurirsi. Ma sul ritorno al carbone giocano anche altre questioni strategiche industriali. Prima di tutto il fatto che ci sarebbe carbone sufficiente per altri 230 anni circa (altre stime parlano di 150 anni), molto di più di qualsiasi altro combustibile fossile si possa usare. Però, come per il petrolio, l’ultima tonnellata di carbone si estrae più difficilmente e costa molto di più da estrarre della prima: l’importante non è quando finisce, ma quando comincia a costare troppo, cioè circa a metà delle riserve sfruttate.

Il secondo dato favorevole è che la distribuzione geografica del carbone è molto diversa rispetto a quella del petrolio, non interessando Paesi con gravi problemi di instabilità politica. Questo dovrebbe garantire maggiore tranquillità nell’approvvigionamento e maggiore stabilità nei prezzi. Così il carbone consentirebbe di superare l’attuale fase di transizione energetica arrivando senza traumi al suo esaurimento, prima che ci si trovi in emergenza per aver esaurito definitivamente petrolio e gas naturale.

Ma i problemi connessi con l’uso del carbone sono gravissimi a partire dall’estrazione. Le miniere di carbone sono generalmente a cielo aperto e il loro scavo altera gravemente il paesaggio, sollevando polveri e altri inquinanti. In ogni caso si tratta di scavi giganteschi che comportano lo stravolgimento di una regione.

Le ceneri generate dalla combustione del carbone ammontano a una percentuale in peso maggiore di quella del petrolio e, ovviamente, del gas naturale (che non ne produce). Comportano quindi gravi problemi di inertizzazione e smaltimento, aggravati dalla presenza costante di impurità metalliche, spesso tossiche o comunque nocive, che vanno trattate a parte.

Bruciare carbone, poi, non libera dalla schiavitù dell’anidride carbonica, anzi, per questa via se ne produce di più che con qualsiasi altro combustibile fossile, con i relativi problemi in termini di surriscaldamento dell’atmosfera che già conosciamo bene per il petrolio (e, in misura minore, anche per il gas). Nessuna politica di opposizione al cambiamento climatico ha senso se non si rinuncia al carbone. Senza contare la sgradevole sensazione di essere finiti dalla padella nella brace.

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Le rinnovabili più forti della crisi

Da Qualenergia
"Le fonti rinnovabili continuano a dispetto della crisi la loro crescita a livello globale. Nessun crollo nel 2009 e nel 2010 arrivano a coprire il 16% dei consumi finali mondiali. La stima è nel recente rapporto Renewable Energy Network (REN21) che sottolinea inoltre come circa la metà dell’intera potenza elettrica (cioè pari 194 GW) installata nell’anno appena trascorso sia da fonte rinnovabile. Anche nella prima parte del 2011 l’andamento è su questo trend. Nel 2010 le fonti rinnovabili hanno fornito quasi il 20% dell’intera offerta di energia elettrica mondiale (vedi anche Qualenergia.it, Il film dell'energia degli ultimi quarant’anni).

Il report REN21 ha evidenziato come gli investimenti in fonti rinnovabili sia balzati a 211 miliardi di dollari nel 2010 (forse 226 mld di $ includendo gli investimento non registrati in solare termico), rispetto ai 160 del 2009 e senza contare 40-45 miliardi di $ relativi a grandi impianti idroelettrici. Rispetto al 2004 la crescita negli investimenti in rinnovabili nel mondo è cresciuta di 5 volte.

Secondo Greenpeace International l’attuale crescita delle rinnovabili è dietro appena del 7% rispetto a quanto preventivato dallo studio dell’associazione, Energy [R]evolution. I dati molto significati riportati dal documento non possono comunque far abbassare la guardia, spiega Greenpeace, visto che nella battaglia contro i cambiamenti climatici ci troviamo ancora nella fase più acuta e tanta strada è ancora da percorrere, in particolare nella riduzione dei sussidi alle fonti inquinanti e agli inquinatori.

Alcuni dati di REN21 sono molto interessanti. Uno di questi riguarda il fatto che tra i 5 paesi leader in potenza installata da rinnovabili ad esclusione dell’idroelettrico vi siano Stati Uniti, Cina, Germania, Spagna e India (vedi tabella qui sotto).

Negli Stati Uniti, ad esempio, le rinnovabili coprono il 10,9% della domanda di energia primaria nazionale (il nucleare per l’11,3%), con una crescita del 5,6% rispetto al 2009. La Cina è in testa nell’installazione dell’eolico e nei sistemi solari termici. In totale il paese asiatico ha incrementato la sua potenza elettrica collegata alla rete di 29 GW da fonti rinnovabili, per raggiungere un totale di 252 GW. L’aumento sul 2009 è stato del 13%. Significativo è il dato globale che riguarda la Cina: circa il 26% della potenza elettrica installata nel 2010 è di origine rinnovabile, il 18% se guardiamo alla produzione e per quanto concerne l’offerta globale di energia la Cina è al 9%.

Anche i dati per l’Unione Europea sono rilevanti, se consideriamo che tutti gli obiettivi previsti al 2010 per eolico, fotovoltaico, solare termodinamico e pompe di calore cono stati superati. Per quanto concerne i paesi cosiddetti in via di sviluppo, il report dimostra come oltre la metà di tutta potenza da fonte rinnovabile mondiale è installata in queste nazioni.

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A Savona va in scena il voltafaccia di Burlando

"Nonostante le dichiarazioni fermamente contrarie al potenziamento espresse prima delle elezioni regionali, la Giunta regionale ha portato in conferenza dei servizi quello che di fatto è un potenziamento a carbone. Ne siamo dispiaciuti, amareggiati e preoccupati!

Comunicato di Uniti Per la Salute ONLUS

Abbiamo appreso le notizie dell’esito della conferenza dei servizi svoltasi oggi a Roma sul potenziamento della centrale.

Attendiamo di leggere il documento nella sua interezza, tuttavia da quello che si è appreso dai primi lanci dei media possiamo solo fare alcune brevi considerazioni.

Nonostante le dichiarazioni fermamente contrarie al potenziamento espresse prima delle elezioni regionali, la Giunta regionale ha portato in conferenza dei servizi quello che di fatto è un potenziamento a carbone. Ne siamo dispiaciuti, amareggiati e preoccupati!

I cittadini devono sapere che questo è avvenuto:
- Nonostante la posizione chiaramente espressa da tutto un territorio anche con le delibere contrarie di 18 comuni

- Nonostante la richiesta avanzata dai sindaci per una seria valutazione di impatto sanitario prima di ogni altra decisione,

- Nonostante la chiara posizione dell'ordine dei medici a tutela della salute dei cittadini,

- Nonostante la già problematica situazione ambientale in aria e in acqua,

- Nonostante ancora oggi si attenda documentazione ufficiale che garantisca fuor d’ogni dubbio l’ottemperanza alle prescrizioni dovute per il gruppo a turbogas entrato in funzione da ben quattro anni,

- Nonostante che lostesso Presidente regionale abbia recentemente affermato “perché forzare una popolazione a ospitare un’opera che non vuole?”

Non vengano poi a parlarci di investimenti e posti di lavoro: investimenti e posti di lavoro sarebbero senz'altro garantiti dalla metanizzazione, come richiesto anche dall'Ordine dei Medici (ricordiamo per l’ennesima voltache Ansaldo ci risulta essere leader nella costruzione di turbine a gas.)

E allora, qual è il vero obbiettivo: SALVAGUARDARE I POSTI DI LAVORO O MANTENERE (AUMENTARE!) IL CARBONE?
I cittadini e le numerose associazioni e partiti che si riconoscono sui principi della tutela del territorio e della salute non rimarranno inerti, ma adotteranno tutte le iniziative legalmente consentite per difendere strenuamente il loro territorio e il loro futuro.

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Investimenti in fonti fossili, una bolla finanziaria piena di Co2

Secondo Carbon Tracker gli investimenti in fonti fossili di energia sono eccessivi rispetto alle quantità effettivamente estraibili e utilizzabili nel prossimo futuro.
Fonte: Qualenergia
Gli investimenti nelle fonti fossili potrebbero esser i nuovi subprimes. C'è un rischio sistemico profondo, ma trascurato nel mercato finanziario mondiale, che potrebbe portare danni peggiori di quelli dell'ultima crisi economica e finanziaria. Una quantità enorme di denaro è infatti impegnata in carbone, petrolio e gas che in futuro probabilmente non potranno essere estratti. Investimenti spesso a medio e lungo termine nelle fonti fossili compiuti anche da grandi fondi pensione e Stati, senza guardare al quadro macro della situazione: con le politiche necessarie a limitare il riscaldamento globale, circa l'80% delle riserve su cui si è finora investito non potrà essere sfruttato.

E' questo il sunto estremo di un interessante studio appena pubblicato da Carbon Tracker Initiative (vedi allegato). Se nel mondo crescono gli investimenti in tecnologie pulite (si veda l'ultimo report REN 21 su Qualenergia.it, Le fonti
rinnovabili, il primo driver della crescita mondiale), l'economia mondiale continua a puntare ancora molto su carbone, gas, petrolio e altri settori ad alta intensità di CO2: si pensi ad esempio al piano da 100 miliardi di dollari di Shell per aumentare l'output a 3,7 milioni di barili al giorno entro il 2014. Ma gli investitori – denuncia il report – non stanno tenendo conto dei limiti alla quantità CO2 che si potrà emettere. Quanta parte di quelle riserve su cui si sta investendo dovrà essere lasciata sottoterra?

Sono calcoli che invece il report riporta chiaramente, riprendendo quelli del Potsdam Insitute. Per ridurre fino al 20% la possibilità che la febbre del pianeta superi la soglia dei 2°C di aumento della temperatura globale, da qui al 2050 si potranno emettere 'solo' 565 miliardi di tonnellate (Gt) di CO2. Le riserve conosciute di fonti fossili se bruciate ne produrrebbero 2.795, il 65% dal carbone, il 22% dal petrolio e il 13% dal gas (vedi grafico in alto). Potremmo allora usarne solo il 20%. Le riserve in possesso delle 100 più grandi compagnie quotate nel carbone e delle 100 del petrolio ammontano ad un equivalente in CO2 di 745 Gt: 180 in più di quello che potremo bruciare fino al 2050. In aggiunta ci sono anche le riserve di proprietà degli Stati: ne emerge che, per stare sotto ai 2°C, di tutte le riserve controllate dalle grandi compagnie quotate, si potranno usare solo gas, carbone e petrolio per l'equivalente di 149 Gt CO2.

"Questo significa - denuncia lo studio – che governi e mercati globali stanno trattando come assets riserve che sono 5 volte il budget che si potrà usare nei prossimi 40 anni. Le conseguenze di poter usare solo il 20% di queste riserve non sono ancora state considerate”. Gli investitori sono esposti al rischio di possedere asset di “carbonio che non si può bruciare” che potrebbero subire una pesante svalutazione. Dato che la capitalizzazione legata alle risorse fossili su varie Borse ha un ruolo molto importante (20-30% in Borse come quella australiana, Londra, Mosca, Toronto e San Paolo), le conseguenze a catena per l'economia mondiale potrebbero anche essere catastrofiche.

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Emilia Romagna, la Regione contro il carbone a Porto Tolle

...Con il contributo determinante del Movimento 5 Stelle (leggi comunicato)

Fonte: estense.com
"L’assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna ha approvato (favorevoli: Pd, Idv, Fds, Sel-Verdi, Mov5stelle; astenuti Pdl e Udc) una risoluzione, firmata da Giovanni Favia (Mov5Stelle), Liana Barbati (Idv), Marco Monari (Pd), Gian Guido Naldi e Gabriella Meo (Sel-Verdi) e Roberto Sconciaforni (Fds), che impegna la giunta ad opporsi alle decisioni della Regione Veneto, che si prepara a modificare la propria legge regionale istitutiva del Parco del Delta del Po, aprendo la strada alla riconversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle-Polesine Camerini; e proporre un piano alternativo per lo sviluppo economico della zona, rilanciando turismo, agricoltura e pesca, preservando l’ecosistema del Po e la qualità dell’aria nella pianura padana, puntando a una produzione energetica esclusivamente effettuata tramite fonti rinnovabili, non combustibili e soprattutto non fossili.

Per il gruppo del Partito Democratico ha preso la parola il consigliere ferrarese Roberto Montanari, che tra l’altro ha detto: “In tutti questi anni la Regione ha sempre espresso contrarietà al progetto di riconversione in centrale a carbone dello stabilimento di Porto Tolle e allo stesso tempo ha proposto alternative, rappresentando le istanze dei Comuni, delle Province di Ferrara e Ravenna e delle popolazioni”.

“Da diverse generazioni e da molti anni ci battiamo per questi obiettivi, anche recandoci sugli argini del Po per sostenere la battaglia degli abitanti di quei luoghi e impedire la riconversione a carbone, non importa da quale tecnologia sorretta e oggi ribadiamo il nostro no convinto”.

Concludendo Montanari ha chiesto “sostegno alle politiche di sostenibilità ambientale e di sviluppo del territorio del Delta del Po”.

In particolare la risoluzione del Movimento 5 Stelle sottoscritta anche dalla maggioranza di centrosinistra chiede di “esprimere la netta contrarietà della Regione Emilia-Romagna al progetto di riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle, attivandosi in tal senso in ogni sede competente a proporre un piano alternativo per lo sviluppo economico della zona, rilanciando turismo, agricoltura e pesca, cercando quindi di preservare l’ecosistema del Fiume Po e la qualità dell’aria senza danneggiare, e anzi favorendo, le attività economiche”. Si chiede inoltre di “investire esclusivamente, nell’area del Parco del Delta del Po, sulla produzione energetica da fonti rinnovabili non combustibili e soprattutto non fossili”.

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Nella Finanziaria la norma per imporre dall'alto le centrali a carbone

Fonte: ANSA
"Ancora una volta questo governo di centrodestra, leghista ed antimeridionalista, si prende gioco della Calabria e mostra in maniera chiara ed inequivocabile di considerare questa parte del Paese non una risorsa ma una grande pattumiera''. E' quanto denuncia il Consigliere regionale della Calabria, del Pd, Carlo Guccione.

''Il Governo Berlusconi, infatti - prosegue - ha introdotto nel collegato alla manovra finanziaria, una 'norma-vergogna', che espropria i calabresi e le istituzioni locali del diritto di poter decidere liberamente e autonomamente del destino dei propri territori''.''Per effetto di questa norma'', aggiunge, ''le Centrali Enel di Rossano e Saline Joniche, per le quali l'intera Calabria, i Comuni della zona jonica cosentina e reggina, le Province di Cosenza e Reggio Calabria e il Consiglio regionale nella sua unanimita' - dice Guccione - hanno detto no alla riconversione a carbone, potrebbero ora essere riconvertite''.

Secondo il consigliere, si tratta dell'''ennesimo tentativo di esautorare i poteri che in materia ambientale hanno proprio le Regioni e gli enti locali''.

Sullo stesso argomento anche Dima (Pdl)

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Procura di Rovigo, indagine sulla centrale di Polesine Camerini

Dal Resto del Carlino di Rovigo: dieci amministratori enel coinvolti nell'indagine della Procura. Clicca qui per leggere o scaricare l'articolo

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8 luglio 2011

Carbone a Porto Tolle, dove si spinge il lobbismo velenoso

Un contributo di Vanni Destro sulla scandalosa vicenda del carbone a Porto Tolle. Sul medesimo argomento anche Greenpeace e M. Scalia

"Niente da dire, il progetto di riconversione a carbone deve essere proprio buono. Talmente buono da richiedere l'impegno della Giunta, del Consiglio regionale del Veneto e addirittura del Governo in sede di Finanziaria per farlo procedere. E tutto ciò a fronte di un'indagine della magistratura a carico dei vertici Enel e di alcuni componenti delle commissioni VIA regionale veneta e nazionale per l’ipotesi di abuso d’ufficio per le procedure e i documenti che avevano permesso alle medesime di dare l’ok al
progetto di riconversione e di una sentenza del Consiglio di Stato che boccia la stessa.

Si, perché, oltre all'inutile, ai fini della riconversione, modifica dell'art. 30 della legge 36/97 istitutiva del Parco del Delta del Po, su cui si stanno avvitando in Regione Veneto perché pressati da sindacati, amministratori, politici vari e imprenditori privi di lungimiranza, ora spunta un emendamento in Finanziaria.

Riprendendo l'articolo del decreto incentivi 2010 che apriva, considerando sufficiente l'abbattimento del 50% delle emissioni rispetto alla centrale preesistente (a oliaccio combustibile, funzionante per 25 anni senza autorizzazione,dal 1980 a 2005, quando
fu posta in "riserva energetica", anche questa piena di condanne e pendenze), la strada al carbone, richiusa dal Consiglio di Stato che richiamava all'obbligo delle comparazioni con altri combustibili per definirne l'impatto, tale emendamento esonererebbe dall'obbligo
comparativo.

Non ci si dica che ciò viene proposto per i posti di lavoro, visto che nella stessa Finanziaria erano previsti tagli, fortemente voluti dal Ministro della semplificazione Calderoli, deli incentivi alle fonti rinnovabili con una perdita di 250000 posti di lavoro da qui al 2020 e
la distruzione dell'unico settore che "tira" economicamente con un giro d'affari corrispondente a quel punto di PIL che è pure la crescita prevista a livello nazionale per l'anno corrente.

Non ci si racconti che è per abbassare il costo dell'energia elettrica visto che l'Autorità per l'energia elettrica e il gas ha appena comunicato che in Italia, a fronte di un costo superiore in bolletta rispetto al resto d'Europa (per l'industria iil 26% in più, ad
esempio), se depurato dalle tasse, il costo di produzione è in linea con la media europea.

Non è più semplice dire: li si usa il carbone perché così piace a noi e le leggi ce le tagliamo e cuciamo come vogliamo, chiaro? Anche certe leggi comunque sono impugnabili e chissà che in Regione Emilia Romagna, dove di carbone non ne vogliono sapere, qualcuno non ci stia già pensando...

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Bonanni (Cisl): il carbone è pulito. E le migliaia di operai morti ogni anno nelle miniere?

La cronaca dei morti nelle miniere di carbone cinesi è un rullo ininterrotto, ordinario racconto di un business che  molti continuano impunemente a definire "pulito". Persino il leader sindacale Bonanni (CISL) non ha avuto esitazioni nel definire la riconvertenda centrale di Porto Tolle come assolutamente pulita su tutti i fronti.

Purtroppo però anche oggi sono uscite notizie come queste:
Shandong: 28 minatori cinesi intrappolati a 255 metri sottoterra
Shanxi: 5 morti in un smottamento

Come per enel e per l'ex ministro Scajola in visita a TVN erano accettabili e messi in preventivo i tre operai morti nel cantiere di Torrevaldaliga (Civitavecchia), anche per Bonanni il tributo di vite dei lavoratori è scontato e accettabile, rientra nel bilancio "pulito" del funzionamento del nuovo mostro ecologico che incombe su Porto Tolle. 

Non parliamo poi delle morti per cause sanitarie connesse all'inquinamento da carbone, se non quando nominarle serve a sostenere il nucleare (leggi le parole di Chicco Testa pre-referendum)

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Il cambiamento climatico blocca centrale a carbone in Israele

Da Greenreport.it

I lavoratori di Israele elettrica Corp hanno avvertito che intere città potrebbero essere lasciate senza elettricità. E' da giorni che il sistema di filtraggio della centrale di Hadera è in crisi e stenta a smaltire le grandi quantità di meduse che vengono risucchiate dalle sue pompe. Un operaio ha spiegato che «quando le meduse arrivano a frotte, bloccano il nostro sistema di raffreddamento e si diffondono e diventano come gel e questa gelatina blocca il condensatore e interrompe la condensa del vapore. Ed eventi gravi potrebbero fermare la produzione di energia elettrica della centrale».
Secondo gli scienziati israeliani, l'innalzamento delle temperature globali è il responsabile dell'esplosione demografica di queste meduse; "curioso" che sia il carbone combusto nelle centrali, il principale responsabile mondiale dell'innalzamento delle temperature.

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Tencara (Cremona) progetto di centrale a carbone all'orizzonte?

'Nell'area di Tencara una centrale a carbone', vedi Cremonaonline.it

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Ilva, un'autorizzazione integrata ambientale (aia) assurda

Dal FattoQuotidiano "Via libera alla concessione dell’autorizzazione integrata ambientale per l’Ilva di Taranto"

“Un passaggio storico per Taranto e la Puglia”. “No, uno schiaffo alla città”. Com’era immaginabile, la decisione di concedere l’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia) all’Ilva di Taranto ha scatenato reazioni opposte fra le diverse parti in campo. Fatto sta che lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa potrà continuare le sue attività per i prossimi sei anni. Alla concessione dell’Aia farà infatti seguito un decreto del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo che garantisce la conformità degli impianti del gruppo Riva alle normative ambientali europee.

L’accordo è stato preceduto dalla polemiche e ha riacceso lo scontro fra istituzioni, comitati cittadini e associazioni ambientaliste sulla possibilità di conciliare la presenza dell’Ilva, con i suoi circa 13mila occupati, con la tutela di popolazione e ambiente che da anni subiscono i danni di questa convivenza.

“Siamo riusciti a tenere insieme le ragioni dell’ecologia con quelle dell’economia e del diritto al lavoro”, ha detto Lorenzo Nicastro, assessore alla Qualità dell’ambiente della Regione Puglia a ridosso dell’incontro che ha dato il via libera all’Aia per l’Ilva.

Conquiste insufficienti secondo comitati cittadini e gruppi ambientalisti che denunciano l’aumento della capacità produttiva di acciaio fino a 15 milioni di tonnellate annue, la mancanza di limiti alle emissioni per alcune sostanze dannose e l’inadeguatezza dei monitoraggi e dei controlli sulle emissioni e gli scarichi dell’industria. “È una Aia vergognosa perché non sono previsti limiti alla fonte di emissione per quanto riguarda sostanze dannose per la salute come il cadmio, cromo esavalente, mercurio e i metalli pesanti”, ha dichiarato il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, annunciando un ricorso del suo partito al Tar contro la concessione dell’autorizzazione.

Legambiente invece parla di “grave passo indietro”, come ha sottolineato il responsabile scientifico Stefano Ciafani che si dice “fortemente critico sul lavoro della Commissione Ippc, sempre pronta ad accogliere le richieste dell’azienda a scapito dei cittadini”.

L’associazione del cigno fa notare come la rete di monitoraggio esterno alla cokeria scomparirà, “uno strumento importantissimo per rilevare le emissioni di Ipa e del pericolosissimo benzo(a)pirene”.

Il coordinamento Altamarea ha affidato il proprio sdegno a un comunicato listato a lutto: “E’ l’ennesima ingiustizia alla città di Taranto e ai suoi abitanti”.

Il comitato Donne per Taranto invece annuncia battaglia: “Non ci fermeremo fino a quando non avremo ottenuto l’indagine epidemiologica, e fino a quando il diritto alla salute verrà tutelato. Com’è possibile concedere l’Aia a un’industria che dovrebbe essere messa sotto sequestro per le anomalie riscontrate dal Noe di Lecce?”

L’ennesima conferma dell’impatto ambiatale dell’Ilva arriva nel frattempo dagli ultimi dati dell’Arpa, resi noti proprio nel giorno della concessione dell’Aia. “La concentrazione di benzo(a)pirene sottovento nei pressi delle ciminiere è pari a 4.46 ng/m3, molto più alta di quella sopravento (0.06) e di quella con calma di vento (0.27). Se ne deduce il contributo praticamente esclusivo di Ilva”, si legge nella nota diffusa dall’Agenzia regionale per l’ambiente.

Taranto intanto veniva ripulita dall’ultima tempesta di polvere di minerali che il vento, nei primi giorni della settimana, ha ancora una volta sparso sulle case della città. Da anni i cornicioni pieni di polvere parlano chiaro, così come gli indici di mortalità e i dati sulla straordinaria diffusione di patologie gravi, anche fra i bambini, nella seconda città pugliese. E, anche se a Roma forse qualcuno fa ancora finta di non vedere, a Taranto l’emergenza continua. Anche con l’Aia.

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5 luglio 2011

Patagonia sin represa, c'è enel dietro la vicenda

Progetto Hidroaysen: allagare una valle nella regione patagonica di Aysen (sud estremo del Cile) per l'energia idroelettrica. Cosa ne pensano i cileni impegnati nella lotta contro questa opera:

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4 luglio 2011

Civitavecchia mare

Splendida veduta del porto in questa calda Estate 2011 (immagine del 25/06/2011)

Civitavecchia harbour, assh*le of Italy

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Civitavecchia in Festival 2011

Civitavecchia in Festival anche quest'anno, e come sempre lo paghiamo assai caro.


Come spieghiamo qui
Panem et circenses, si diceva già nell’antica Roma.
Nelle città che ospitano impianti energetici e industriali fortemente inquinanti, spesso troviamo cartelloni estivi finanziati dagli inquinatori del posto, in modo tutt’altro che disinteressato. E' frequente che stelle del pop nazionale siano chiamate a esibirsi in concerti addirittura all'interno di centrali termoelettriche, e non per l’assenza di spazi più consoni a una manifestazione artistica; lo scopo è agire in modo subdolo sulle fasce più deboli della popolazione (tra cui i più giovani), con l'intento di mostrare la grande bontà dell’azienda che “regala” l’evento.
Si cerca così di addolcire la percezione pubblica riguardo simili ecomostri, per farne da luoghi “dannosi e pericolosi” a “carichi di positività".

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Intervallo nero. Immagini da Civitavecchia

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Inquinamento, riscaldamento climatico e masse di profughi

"Arrivano gli sfollati climatici: abitanti delle isole , che a causa del surriscaldamento della terra, annegano nell’oceano", da Paperblog

Arrivano gli sfollati climatici. Sono per ora quelli di Lohacara nel Golfo del Bengala, di Newtok in Alaska o di Carteret in Papua Nuova Guinea, costretti ad arrendersi davanti a un oceano che sale senza tregua, inquinando acqua da bere e campi da coltivare , fino a sommergere tutto. Case, scuole, chiese.
Sono un piccolo esercito, ma il numero è destinato ad aumentare. In Bangladesh potrebbero superare i 20 milioni se il 18% della zona costiera finirà sott’acqua , come prevedono i climatologi. Destino più amaro per le isole, che non avranno più nessuna terra da chiamare patria. “Se non verranno prese misure adeguate , entro qualche decennio varie Isole-Stato dell’Oceano Pacifico finiranno sotto il livello del mare”Avverte Michael Gerrard , direttore del Center for Climate Change Law della Columbia University.

A New York un mese fa circa si sono riuniti 250 scienziati ed esperti legali per cercare risposte a delle domande rivolte dagli abitanti delle Isole Marshall, adagiate a pelo d’acqua tra Australia e Hawaii. La paura è tanta. Il diritto internazionale non dà risposte. E anche a New York gli esperti so sino divisi su possibili soluzioni.

L’unico dato unanime è “L’innalzamento del livello del mare , dovuto all’espansione delle acque surriscaldate e allo scioglimento dei ghiacci polari e continentali . è cresciuto in modo costante dal 1990 a oggi : attualmente , secondo misurazioni satellitari , è di circa 3 mm all’anno” ha ricordato Mary Elena-Carr , direttore associato del Columbia Climate Center “Un fenomeno non uniforme in tutto il pianeta : in alcune regioni , come l’area occidentale del Pacifico o quella sudorientale dell’Oceano Indiano , l’innalzamento è tre volte superiore alla media , principalmente a causa della maggiore espansione termica e dei venti. Considerando anche il probabile parziale scioglimento dei ghiacci in Groenlandia e nell’Antartico Occidentale , da qui al 2100 il livello del mare potrebbe salire dai 75 ai 190 cm”. E nei secoli anche svariati metri.

Un incubo che accumuna gli arcipelaghi meravigliosi dell’Oceania e i paradisi a cinque stelle della Maldive , lo stato più basso al mondo : 1220 isole e atolli , l’80% a meno di un metro sopra il mare , dove tre anni fa fu creato un fondo per l’acquisto di una nuova patria - tra le opzioni : un territorio in Sri Lanka , India o Australia . dove ricollocare i 305.000 abitanti (fondo poi eroso da crisi e tagli di bilancio).

C’è ora una corsa ai ripari. C’è chi si affida ancora i sacchi di sabbia accatastati sulla riva per fermare la marea , come capita di vedere alle Maldive fuori stagione , e chi sceglie opere d’ingegneria sempre più spericolata : strade rialzate , importazioni massicce di sabbia , barriere vegetali sulla costa o muri di cemento lunghi vari Km in mare – come la barriera costruita a difesa di Majuro , capitale della Marshall – per fermare l’impatto devastante delle onde e delle maree. Si pensa persino di creare isole artificiali , poco più di piattaforme sul mare , che garantiscono la presenza degli abitanti , per poter continuare a chiamarsi Stato , con una bandiera e i diritti economici che ne conseguono , per esempio la vendita dei diritti di pesca al tonno , una delle entrate più importanti del Pacifico.

Molte isole-Stato pensano a vie legali per difendere i loro diritti. Per esempio una mappatura che difendi i confini in modo permanente , per far sì che le acque territoriali e la Zona economica non si restringano , o scompaiano. Le frontiere economiche potrebbero essere registrate nelle opportune sedi internazionali , sia all’Onu sia nei trattati bilaterali, come quello concluso tra la Francia e l’isola di Tuvalu ( in Polinesia) per stabilire i limiti delle rispettive rivendicazioni marittime.

Intanto partono le prime azioni legali. La Federazione della Micronesia ha fatto causa alla repubblica Ceca , distante 11000 km, perché colpevole di coler tener acceso il maxi impianto a carbone di Prunnerov-2 “Da solo produce emissioni 40 volte superiori a quelle emesse da tutto il nostro arcipelago. Prolungarne l’attività mette a rischio la nostra sopravvivenza” sostiene la denuncia in cui la Micronesia ha chiesto una “Valutazione transnazionale degli impatti ambientali. Si prevedono class action davanti alla Corte internazionale di Giustizia ( poteri limitati) di queste isole-Stato contro i Grandi Inquinatori.

Majuro, l’atollo più grande delle Isole Marshall, ha perso 20% del suo territorio negli ultimi 15 anni e tra i suoi 67000 abitanti si registrano molti espatri negli Stati Uniti , con cui l’ex colonia ha un trattato di libero ingresso, soggiorno e lavoro. La Nuova Zelanda , da parte sua, ogni anno accoglie alcune decine di abitanti dell’isola di Kiribati . Popoli che rischiano di trasformarsi in migranti senza patria e diritti. Le convenzioni Onu non riconoscono la categoria dei “rifugiati ambientali” o “climatici” fra i destinatari di asilo o protezione umanitaria. Due giuristi australiani stanno promuovendo una Convenzione ad hoc , che impone l’obbligo di accoglienza ai Paesi dell’Onu.

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Si allaga miniera di carbone, morti e dispersi in Cina

Fonte: ChinaDaily


Ennesimo annuncio di ennesima tragedia legata all'attività estrattiva del carbone che qualcuno osa chiamare "pulito". 40 dispersi e 3 morti il bilancio provvisorio a Niupeng, Cina.

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Carbone in mare nei pressi di Genova

ANSA: polvere di carbone davanti all'isola di Bergeggi

Segue l'articolo da SavonaNews

"Venivano immediatamente inviate in zona una motovedetta, la CP 604, ed una squadra dei nuclei difesa mare da terra, mentre si allertava il Centro Operativo Emergenze in Mare del Ministero dell’Ambiente per l’eventuale attivazione della convenzione nazionale che permette l’utilizzo dei mezzi specializzati nell’antinquinamento; i militari della Guardia Costiera confermavano la presenza nel tratto di mare antistante l’isolotto di materiale inquinante, che molto assomigliava a polvere di carbone.

Mentre si provvedeva a prelevare campioni di acqua con materiale inquinante, che venivano successivamente consegnati all’Arpal di Savona per le analisi del caso, veniva disposta l’uscita di un secondo mezzo della Guardia Costiera, il battello pneumatico GC B 38, mentre il Comune di Bergeggi metteva a disposizione l’unità che effettua il servizio pulizia specchi acquei, il cosiddetto scopamare.

Sentito il parere del perito chimico del porto, si iniziavano le operazioni di disinquinamento facendo effettuare ai mezzi navali ripetuti passaggi sulla zona di mare interessata, al fine di favorire la dispersione e l’abbattimento del materiale inquinante in sospensione, mentre lo scopamare del Comune effettuava con i propri dispositivi anche un parziale recupero fisico dello stesso.

Le operazioni di disinquinamento si concludevano con successo intorno alle 10.00, senza che in alcun modo il materiale inquinante raggiungesse la riva dell’area marina protetta; i mezzi della guardia costiera continuavano nella mattinata e nel primo pomeriggio i controlli su tutto il litorale del circondario di Savona per escludere la presenza di eventuali ulteriori fonti di inquinamento.

Sono in corso indagini per identificare la fonte dell’inquinamento, che potrebbe essere collegato con l’analogo episodio segnalato due giorni fa in zona Fornaci a Savona.

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Negli USA "La guerra del carbone"

Dal Manifesto del 1/7/2011, un articolo di Marina Forti

la Florida Public Services Commission (la commissione statale che valuta e approva impianti di servizio pubblico) ha rifiutato di concedere la licenza a una grande centrale elettrica a carbone - un impianto da 1.960 megawatt, 5,7 miliardi di dollari di investimento - perché l'azienda interessata non è riuscita a dimostrare che costruire quell'impianto era più economico che investire in efficienza, conservazione dell'energia e in energie rinnovabili

Segue il testo integrale
"Chiudere le centrali elettriche a carbone negli Stati uniti «potrebbe essere più facile di quello che sembra», scrive Lester Brown, fondatore del Earth Policy Institute di Washington, nell'ultimo articolo messo sul suo sito web. «Nonostante una campagna, generosamente finanziata dall'industria, per promuovere il «carbone pulito», gli americani si stanno rivoltando contro il carbone», nota Brown, e riferisce come negli ultimi anni si sia rafforzato «un movimento contro la costruzione di nuove centrali a carbone» negli Stati uniti. All'inizio sono stati alcuni casi locali di resistenza, ma è «presto diventata un'ondata nazionale di opposizione da parte di gruppi ambientali, per la salute, di agricoltori e di comunità locali». Interessante: non è il tipo di notizia che i grandi media ci riferiscono spesso da oltre oceano. E un rapporto compilato dal Sierra Club, una delle più grandi e note organizzazioni ambientaliste statunitensi, dà ragione a Brown: sul suo sito tiene un elenco aggiornato delle centrali a carbone del paese e risulta che dal 2000 a oggi 152 impianti sono stati chiusi o bocciati.
Il punto di svolta in quella che Brown chiama «la guerra del carbone» è avvenuto nel giugno del 2007, quando la Florida Public Services Commission (la commissione statale che valuta e approva impianti di servizio pubblico) ha rifiutato di concedere la licenza a una grande centrale elettrica a carbone - un impianto da 1.960 megawatt, 5,7 miliardi di dollari di investimento - perché l'azienda interessata non è riuscita a dimostrare che costruire quell'impianto era più economico che investire in efficienza, conservazione dell'energia e in energie rinnovabili (come sostenevano invece gli avvocati di EarthJustice, organizzazione di giuristi ambientalisti). Questa sconfitta «dati economici alla mano», insieme alle manifestazioni pubbliche di protesta contro nuove centrali a carbone in Florida, hanno fatto sì che dopo la prima altre quattro imprese ritirassero la propria richiesta di licenza. Poco dopo il movimento ha registrato una vittoria a Wall Street: su pressione di un'altra organizzazione ambientale, il Rainforest Action Network, nel febbraio 2008 quattro importanti banche d'investimento (Morgan Stanley, Citi, J.P. Morgan Chase e Bank of America) hanno annunciato che presteranno denaro per centrali a carbone solo se le aziende sapranno dimostrare che è economicamente redditizio alla luce dei maggiori costi dovuti alle future restrizioni federali sulle emissioni di gas di serra. L'estate scorsa le stesse banche (più Wells Fargo) hanno annunciato che non finanzieranno più l'estrazione di carbone a cielo aperto (il cosiddetto mountaintop removal, «scoperchiare la cima della montagna»), anche questo su pressione del Rainforest Action Network - e di alcune importanti battaglie che hanno coinvolto ampi movimenti locali.
Altre difficoltà per gli impianti a carbone sorgono a causa dei reflui, uno dei grandi rpoblemi irrisolti di questa industria energetica: che fare delle ceneri risultanti dalla combustione, oggi accumulate in 194 discariche e 161 vasche di contenimento in 47 stati Usa: sono ceneri piene di arsenico, piombo, mercurio e altre sostanze tossiche; l'Ente federale di protezione ambientale (Epa) ha individuato 98 siti che stanno contaminando le falde acquifere, e una nuova raffica di normative di sicurezza è in arrivo. «Ora che gli Stati uniti hanno in effetti una quasi moratoria de facto sulla licenza di nuove centrali a carbone, diversi gruppi ambientali stanno cominciando a fare campagna per la chiusura di quelle esistenti», conclude Brown - segue un elenco di impianti di cui è prevista la chiususa a breve. Del resto, fa notare, se gli altri 49 stati Usa portassero la propria efficienza energetica al livello dello stato di New York, l'energia risparmiata basterebbe a rendere inutile l'80% delle centrali alimentate a carbone in tutti gli Usa.

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2 luglio 2011

La Spezia, il clima torna caldo sul problema carbone

Il blog Speziapolis propone un doppio articolo per dar conto delle prospettive che si propongono per il futuro della centrale a metano e carbone "Eugenio Montale" di La Spezia. Clicca sui seguenti link per leggere:

  1. prima parte
  2. seconda parte
Gli scritti contengono il resoconto di un convegno tenutosi qualche giorno fa presso la sala della Provincia su questo tema,  nel corso del quale la presentazione del dott. Ghirga (medico ISDE) "La valutazione parziale del danno alla salute ed all'ambiente causato dalla combustione del carbone" ha fatto la parte del leone.

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I ghiacci si sciolgono, il riscaldamento globale è arrivato: agire entro il 2020 o catastrofe

Dal blog di Cianciullo su Repubblica
"Sembra che il tema del cambiamento climatico sia passato di moda: i governi glissano sugli impegni e lo spazio sui media è notevolmente diminuito. Eppure il trend che si ricava dai rapporti degli enti più autorevoli continua a segnare allarme rosso. L’ultimo studio è quello della National Oceanic and Atmospheric Administration, l’agenzia oceanografica degli Stati Uniti. Ci dice che i ghiacciai della Groenlandia si stanno fondendo ad una velocità mai registrata dal 1958 (battendo dell’8 per cento il record precedente), e quelli del Mar Artico hanno subito una fortissima riduzione (la terza in ordine di importanza da quando il fenomeno viene misurato). Sempre la Noaa aggiunge che il 2010 è stato il secondo anno più caldo dalla metà dell’Ottocento.
“Il rapporto mette in chiaro una cosa: il riscaldamento globale non sta arrivando, è già qui – ha commentato Edward Markey, capogruppo democratico della commissione risorse naturali – e ora dobbiamo trovare il modo di bloccare questo riscaldamento e farlo in fetta”. Resta da vedere in che modo. Dopo il fallimento politico del vertice di Copenaghen e il profilo modesto della successiva riunione Onu a Cancun, il timone della battaglia contro il caos climatico è stato sostanzialmente affidato all’industria. Che per la verità se la sta cavando piuttosto bene: i fatturati della green economy crescono in tutto il mondo e la quota di energia pulita aumenta a un ritmo fino a ieri imprevisto. Il sistema produttivo sta cambiando in senso virtuoso, ma – a causa della crescita demografica e della crescita dei consumi pro capite – l’inquinamento continua ad aumentare mentre il pericolo climatico cresce. Per quanto tempo la politica potrà ancora restare alla finestra delegando ad altri una delle sue funzioni fondamentali, garantire la sicurezza dei cittadini?

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Porto Tolle, con la modifica della legge il Parco Delta del Po a rischio

Da RovigoOggi
L'associazione Lega italiana protezione uccelli impugna carta e penna e scrive ‘indignata’ al governatore della regione, Luca Zaia, per la modifica della legge 30 del parco Delta del Po. L’associazione ambientalista è assai preoccupata per la fauna del parco naturale che, con la riconversione della centrale, ‘potrebbe’ essere seriamente compromessa.
“Il bene comune e la somma di ciò che è necessario nell'interesse di tutti - cita la nota scritta da Luciano Marangoni delegato provinciale della Lipu - gli interessi dei singoli tutti insieme non fanno il bene comune ma la somma dei singoli interessi. Il carbone non e’ necessario ed e’ anzi inopportuno sia per la salute delle persone (asma, bronchite, tumore hanno anche un enorme costo sociale), sia per le attività economiche tradizionali dell’area del Parco del Delta del Po”.
Luciano Marangoni prosegue poi ribadendo il concetto che “personalmente non mi ritengo contrario alla riconversione della centrale ma sono assolutamente convinto della necessita’ che avvenga utilizzando il gas del rigassificatore che si trova lì accanto, o meglio ancora l'avvio di una centrale fotovoltaica, sappiamo entrambi che occorre velocizzare da subito l’utilizzo di energie rinnovabili, e questa sarebbe un’ottima occasione”.

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30 giugno 2011

Ancora immagini dall'estate 2011 a Civitavecchia

CIVITAVECCHIA MARE 2011

Ecco il risultato dell'inquinamento su Civitavecchia come risultato dell'interazione tra le varie fonti di veleni. Foto diffusa in rete da liberi cittadini.

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Moscherini allo scoperto, disboscata la Frasca per far posto al Terminal Cina

Da BigNotizie
"Offensive per l'intelligenza dei cittadini. Non sono definibili altrimenti le recenti affermazioni del sindaco Moscherini in relazione alla compatibilità tra la realizzazione del terminal China/Asia e la necessità di mantenere e riqualificare la costa e la pineta della Frasca – scrivono in una nota stampa congiunta Roberta Galletta (presidente sezione locale di Italia Nostra) e Simona Ricotti (responsabile della sezione civitavecchiese del Forum ambientalista) - Probabilmente convinto che tutti i cittadini corrispondano agli stessi requisiti di narcotizzazione ed acquiescenza di quanti lo circondano, il Primo cittadino continua a propinare falsità che i cittadini oramai hanno ben capito essere tali.

Fatto testimoniato chiaramente dalle centinaia di cittadini che hanno partecipato alla manifestazione del 10 giugno scorso contro lo scellerato abbattimento di quasi 2000 pini alla Frasca, e che, chiunque non sia in malafede, ha letto come correlato, anche se indirettamente, con i progetti di cementificazione dell'intera area.

Vogliamo ancora una volta ricordare che secondo il progetto di massima circolante dal 2006 la realizzazione del Terminal Asia prevede una cassa di colmata di 3.000.000 di m3 che darebbe vita ad una banchina lunga ca. 1 Km e 700 m e larga tra i 400 e i 600 m, per una superficie di 1.000.000 di m2, coronata in mare aperto da un nuovo antemurale di ca. 2 Km e, alle spalle, da una bretella stradale di 5 KM e un tronco ferroviario di 1 Km e 600 m. Il tutto collocato immediatamente a nord di Torre Valdaliga fino a occupare per il primo tratto superstite della pineta de La Frasca che, aggredita via mare dal traffico di navi gigantesche, via terra da bretelle stradali e rotaie, finirebbe per sparire definitivamente, risucchiata in pieno ambito portuale e trasformata, per giunta in parte e a tempo determinato, in un patetico campeggio artificiale, adagiato sul "ridente" accesso nord di un porto dall'impatto devastante.

Non può che mentire - continuano - sapendo di farlo chi, come il sindaco Moscherini afferma che una tale mostruosità non andrebbe a compromettere in maniera irreversibile l'area verde della pineta (dichiarata Bene di Notevole interesse ambientale com DM del 1975 e del 1985), i fondali del mare antistante la costa nel tratto tra la centrale ENEL di Torrevaldaliga e Sant'Agostino (dichiarati Sito di Interesse Comunitario SIC IT6000005) nonché le varie preesistenze archeologiche ivi esistenti (vincolate con due decreti di vincolo archeologici rispettivamente del dicembre 2008 e dell'aprile 2009).

Ormai il giochetto degli annunci, conditi di palizzate e barbecue, non convince più nessuno; se veramente il Sindaco, l'assessore Pierfederci e quant'altri vogliono persuadere la cittadinanza di voler lavorare per la valorizzazione della Frasca si adoperino, come in loro potere, per sveltire l'iter di approvazione del progetto di riqualificazione presentato nel gennaio 2010 dall'Autorità Portuale in Regione, per il quale, peraltro, sono disponibili cinque milioni di euro, e diano il loro avallo, finora palesemente ed ufficialmente negato, alla realizzazione del Monumento Naturale.

Altrimenti abbiano il coraggio di dire ai civitavecchiesi che la Frasca deve sparire per realizzare un progetto a tutto vantaggio dell'incremento dei profitti aziendali di società private, quali la Centrale Finanziaria di Giancarlo Elia Valori (Espresso 09.10.2010), con cui il Primo Cittadino ha, peraltro già firmato, sin dal 5 marzo 2008, uno specifico protocollo d'intesa e magari, per amor di trasparenza, raccontino pure che, proprio in queste ore, la cinese HNA sta acquistando sostanziose quote societarie della stessa (Sole 24ore 08.06.2011).

Insomma - concludono Galletta e Ricotti - abbia il coraggio di dire, il Primo Cittadino, che invece di rispondere alle istanze dei civitavecchiesi, che chiaramente si sono espressi per il mantenimento della Frasca e contro la realizzazione del terminal Asia, è molto più propenso a rispondere a quelle di grandi privati e/o multinazionali straniere. Se non altro, nessuno potrebbe rinfacciargli di non essere stato chiaro.

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26 giugno 2011

Legambiente Veneto: Zaia perde il suo tempo, convinca enel a riconvertire a metano

Da LegambienteVeneto una risposta ai troppo facili proclami di vittoria delle lobby pro-carbone sulla riconversione a Porto Tolle

"In Legambiente strappa un sorriso l’eccessivo ottimismo del governatore del Veneto Zaia che dichiara: “Oggi la giunta regionale ha chiuso la partita della centrale Enel di Porto Tolle” annunciando l’approvazione in Giunta regionale di un disegno di legge che va a modificare l’articolo 30 della legge regionale n. 36 del 1997, istitutiva del Parco regionale del Delta del Po.

“Se Zaia ritiene che il problema sia risolto – dichiara Michele Bertucco, presidente di Legambiente Veneto – si sbaglia di grosso. Non solo perché la nostra opposizione non cesserà, ma soprattutto perché le ragioni che hanno portato il Consiglio di Stato ad annullare la riconversione a carbone non verranno meno”.

All’associazione ambientalista appare pura retorica, buona per tener buoni i sostenitori del carbone, l’affermazione, sempre di Zaia, che “la modifica dell’art. 30, come prevista nel provvedimento che è stato adottato, e che è stato inviato al consiglio regionale per l’approvazione definitiva, ci permetterà di recuperare quasi il 90 per cento del lavoro fatto in questi sei anni”.

Tale sicurezza cozza contro la sentenza del Consiglio di Stato dove si dice che è ammissibile “una differente alimentazione solo a condizione che siano utilizzate “fonti alternative di pari o minore impatto ambientale”. Il problema è proprio qui: Enel, salvo asserire falsità, non potrà mai dimostrare che il carbone ha “pari o minore impatto ambientale”. Oppure la Regione Veneto vorrà legiferare per alimentazioni peggiorative nel Delta del Po?

Quand’anche una eventuale nuova legge regionale riuscisse, con artifici, a ignorare tali limitazioni, resterebbe in piedi la normativa nazionale sulla VIA, scoglio difficilmente aggirabile.

Ma la sentenza non si limitava alla questione alimentazione. Richiamava il parere dell’Arpa Veneto e la decisione della Commissione Regionale Via che prospettava ad Enel, pur in un parere favorevole, alcune decine di raccomandazioni e prescrizioni. Cancellare anche le riserve dei tecnici regionali?

Potrà poi l’Enel riproporre lo stesso progetto ignorando le linee guida comunitarie relative ai grandi impianti di combustione per quanto riguarda le emissioni, così come ha rilevato il Consiglio di Stato?

“Ci permettiamo – conclude Bertucco - di consigliare al governatore Zaia, alla Giunta regionale e al Consiglio di dedicare le proprie attenzioni ed energie a convincere l’Enel a riconvertire a gas Porto Tolle. Ne guadagnerà il Delta del Po, la sua popolazione e il Veneto si avvierà sulla augurabile strada della riconversione pulita del proprio apparato energetico

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Riconversione a carbone Polesine Camerini (Porto Tolle), proposta di referendum popolare

Da IlRestodelCarlino

"L'ormai annosa questione relativa alla riconversione della centrale di Polesine Camerini sta assumendo aspetti davvero surreali". Lo scrive il coordinamento polesano della federazione della sinistra. Poi prosegue: "I difensori del carbone non vogliono nemmeno sentir parlare di altre soluzioni, che permetterebbero maggior attenzione per il territorio e la salute della popolazione, nonché il rispetto della legge. Si difendono a spada tratta le indicazioni di ENEL, anche se da 10 anni a questa parte (ricordiamo la vicenda dell'orimulsion) quest'azienda non ha dimostrato particolare rispetto per questo territorio".

"Dall'altra parte c'è chi, preoccupato per i danni all'ambiente, alla salute e alle attività economiche legate al Parco, quali la pesca, l'agricoltura, il turismo e il commercio, dice no al carbone e propone alternative diverse, tra cui il metano.Come uscire positivamentedaquesta situazione? Modificando frettolosamente la Legge Regionale sul Parco per cercare di rendere quasi inutile la sentenza del Consiglio di Stato? Cosa probabimente inutile, perché tale sentenza dice chiaramente che l'unico problema non è costituito dalla legge regionale, ma da normative superiori e da un'incompatibilità sostanziale del carbone con quest'area. Senza contare la pessima immagine che la legge si piega all'interesse dei potenti".

"Che ricorda un po' le classiche situazioni all'italiana in cui, quando si riscontrano superamenti dei parametri ambientali in una data area, anziché intervenire sugli inquinanti... si alzano i parametri! Il modo migliore, insomma, per far perdere ulteriore fiducia nelle Istituzioni da partedei cittadini. Piuttosto, visto che, fortunatamente, siamo ancora in democrazia, invece di forzature perlomeno discutibili, invece di affrettare audizioni in cui si darà inevitabilmente ragione a chi "conta" di più a livello economico e politico, perché non si chiede il parere ai cittadini, che con quella centrale dovranno convivere?"

"Si promuova subito un referendum che coinvolga, oltre alla popolazione polesana, anchegli abitanti del Basso Veneziano e del Delta del Po Ferrarese. Chiediamo a loro se sono d'accordo nel modificare la legge sul Parco, ovvero se sono disponibili ad accettare combustibili più inquinanti del metano per compiacere agli azionisti ENEL.Potremmo anche porre il quesito sotto forma di due alternative: volete che la centrale sia riconvertita a carbone o a metano? O, meglio ancora, volete che la centrale sia riconvertita a carbone o che diventi un polo di ricerca, sviluppo e prosuzione di energie rinnovabili?Alla volontà popolare chiediamo a tutti di inchinarsi, ENEL e governo compresi.E se dal referendum l'ipotesi carbone dovesse risultare sconfitta, il governo dovrebbe costringere ENEL (che in parte è anche sua!), nell'interesse nazionale, ad avviare una riconversione che metta insieme l'esigenza di un approvvigionamento energetico sicuro e sostenibile con lo sviluppo e la salvaguardia di un'area che potrebbe diventare strategica per il Paese."

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25 giugno 2011

L'Ass. "Fare ambiente" propone l'eliminazione di ogni limite di emissioni dalla legge del parco Delta del Po

"Fare ambiente" si chiama, ma si legge "Lobbismo mascherato". Ovvero come un soldatino dei poteri forti indossa una falsa maglietta ambientalista per servire il padrone.

"Renzo Marangon, in qualità di coordinatore di Fare Ambiente di Rovigo, ma anche ex assessore regionale all'urbanistica, propone l'abrogazione completa del primo comma dell'articolo 30 della legge costituiva l'Ente parco Delta del Po, quello che il DDL di Zaia intende modificare per spiianare la strada all'approvazione della riconversione a carbone di Porto Tolle.

La delibera di giunta secondo Marangon è infatti "troppo artificiosa" (SIC).

Fonte: Rovigooggi

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Modifiche all'art. 30 della legge regionale 8 settembre 1997, n. 362 Norme per l'istituzione del parco regionale del Delta del Po

Ecco come il presidente della Regione Veneto Zaia si è mosso per modificare quella Legge che impedisce alla riconversione a carbone di Porto Tolle di essere approvata.

Nell'Allegato A al DDL "Modifiche all'art. 30 della legge regionale 8 settembre 1997, n. 362 Norme per l'istituzione del parco regionale dei Delta del Po" si legge:

"Il presente disegno di legge risponde all'esigenza di aggiornare la nomiativa regionale relativa alla realizzazione di impianti di produzione di energia elettrica nell'ambito delle aree afferenti ai comuni ricadenti nel Parco regionale del Delta del Po a seguito della sentenza del Consiglio di Stato n. 3107 dei 2011 riguardante la realizzazione della centrale termoelettrica di Porto Tolle, alimentata a carbone e biomasse vergini.

La decisione del Consiglio di Stato, che ha annullato il giudizio di compatibilità ambientale sul progetto di trasformazione a carbone della centrale termoelettrica di Porto Tolle, rilasciato dal Ministero dell'Ambiente nel 2009, si fonda sulla previsione dell'articolo 30, della legge regionale 8 settembre 1997, n. 36, che, a parere del giudice, "si limita ad esprimere - in considerazione delie esigenze di protezione die la specificità del territorio considerato evidentemente pone - un'opzione del legislatore regionale di preferibilità per gli impianti alimentati a gas metano, ammettendo una differente alimentazione solo a condizione che siano utilizzate fonti altemative di pari o minore impatto ambientale".

E noto che il gas metano è tra i combustibili fossili meno inquinanti, se non il meno inquinante di tutti, date le sue basse produzioni di diossido dì carbonio e di ossido di nitrogeno e le basse emissioni di particelle solide e di ceneri; risulta pertanto evidente la difficoltà di applicare la nomnativa regionale laddove si vogliano utilizzare, come prevede l'articolo 30, altre fonti alternative al gas metano purché di pari o minore impatto ambientale. Peraltro, trattasi di disposizione di legge datata nel tempo che non tiene conto delle nuove tecnologie di abbattimento degli inquinanti per impianti diversi dal metano.

Stante quanto sopra, si propone pertanto un'integrazione alla normativa ìn parola che, pur mantenendo le previsioni di particolare restrizione per i nuovi impianti, consenta, ove vi siano impiantì già esistenti, di poter applicare una disciplina meno rigida ma altrettanto garantista del rispetto delle emissioni in atmosfera e della qualità ambientale, in osservanza alle nonne statali già esìstenti.

Va, infine, rilevato come il presente disegno di legge sia il frutto, a seguito di un percorso concordato con le partì socialì/sindacali/istituzìonali, di un approfondimento operato dalle competenti strutture regionali costituite in Gruppo dì Lavoro ex Dgr n. 711 del 24 maggio 2011, con le direzioni dei competenti Ministeri."

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Porto di Savona, nuvole di polvere di carbone invadono l'aria

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Fenomeno già osservato anche da noi a Civitavecchia, dove sul litorale da qualche anno, periodicamente le imbarcazioni ormeggiate vengono sporcate da polvere nera di indubbia provenienza.

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Le centrali di Civitavecchia nella classifica di Mare Monstrum 2011

Mare Monstrum 2011, il report annuale di Legambiente sullo stato di salute delle nostre coste, include tra le dieci peggiori minacce per l’immagine, la conservazione e l’integrità paesaggistica del mare italiano, le centrali elettriche, come quelle di Civitavecchia.

Nella lista:

  • scarichi fognari non depurati,
  • cementificazione selvaggia delle spiagge,
  • trivellazioni,
  • intenso traffico marittimo,
  • plastica in mare,
  • pesca illegale e spadare,
  • navi cariche di sostanze tossiche, affondate,
  • inquinamento industriale,
  • centrali termoelettriche

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Manovre sottobanco per bruciare i rifiuti a Cerano

Comunicato da Brindisi 22/06

"Per l'ennesima volta siamo costretti ad esprimere tutta la nostra preoccupazione davanti a scelte che potrebbero compromettere irrimediabilmente il futuro di questa città e di questo territorio.
Ci riferiamo evidentemente alla delibera di Giunta n°217 del 1/6/2011 in tema di gestione dei rifiuti, con la quale si apre la procedura per l'affidamento della gestione per l'impianto di produzione di Cdr (combustibile da rifiuti).
Abbiamo il timore fondato che questa decisione vada a fare il paio con quanto già previsto nella bozza di convenzione tra enti locali ed enel circa la combustione di rifiuti nella centrale di Cerano e che quindi, vista la mancanza di direttive precise sulla destinazione nella delibera in questione, possa essere proprio Cerano il terminale ultimo dove chiudere il ciclo.
Ci chiediamo come sia possibile che una decisione così importante non sia passata dal vaglio del consiglio comunale che, è nostro dovere ricordare, in tema di questioni energetiche latita da svariati mesi.
Come “No al Carbone” ribadiamo la nostra ferma opposizione a questa scelta devastante dell'incenerimento dei rifiuti e sarà anche su questo che avvieremo nei prossimi giorni una imponente campagna di sensibilizzazione della popolazione anche alla luce delle ultime vicende che vedrebbero imbarazzanti e strumentali accostamenti tra queste delicate questioni e la salvezza della squadra di calcio della città.
MOVIMENTO NO AL CARBONE - BRINDISI

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22 giugno 2011

Porto Tolle, se il carbone è fuorilegge si modifica la legge!

Modificato il regolamento del Parco regionale del Delta del Po. Nell'allegra combriccola tutti a cantar vittoria:

"Approvando la modifica dell’ articolo 30 della legge istitutiva del parco regionale del Delta del Po, la Giunta del Veneto ha mosso un passo decisivo per chiudere a favore della riconversione a carbone la centrale Enel di Porto Tolle (Rovigo) bloccata dal Consiglio di Stato. Lo ha annunciato oggi il presidente del Veneto Luca Zaia particolarmente soddisfatto per avere in tal modo salvaguardato «almeno il 90% della procedura fin qui attuata, vale a dire senza perdere ulteriori cinque anni di lavoro».
Secondo il governatore, che sulla questione ha provveduto a ricorrere al Consiglio di Stato, ora i tempi «saranno ravvicinati poiché abbiamo già trasmesso la delibera di modifica al consiglio regionale che con la massima velocità darà corso alla votazione». Zaia ha ricordato che «la partita è stata concordata con i massimi funzionari dei ministeri dell’ambiente e dello sviluppo economico. Ricordo che la riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle vale 2,5 miliardi di opere e darà lavoro per cinque anni a tremila lavoratori». (Ansa, via Corriere.it)

Davanti agli affari dei potentati, il diritto non conta.

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21 giugno 2011

Osservatorio ambientale: il controllato siede ancora al tavolo dei controllori

Appuntamento a Civitavecchia, mercoledì 22 alle ore 18,00 in zona Ghetto. 

Ci incontriamo per discutere dell'evento del 30 Giugno, data in cui è stato indetto un incontro dell’osservatorio Ambientale istituito dalla Regione Lazio, cui presenzierà assieme ai rappresentanti delegati dai comuni, anche enel. Il controllato vuole mantenere il controllo sui controllori, così come accadeva per il consorzio illegittimo precedente.

Attenzione, la RIUNIONE è ANNULLATA! Seguirà comunicazione per nuovo incontro.

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18 giugno 2011

enel vuol portarci altro carbone

fulvio conti, ad enel, intervistato sul DowJones Newswires afferma che in Italia, a seguito del referendum sul nucleare "dall'attuale 14% il carbone salirà al 20% del mix energetico nazionale".

Scontato.

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17 giugno 2011

Estate 2011 a Civitavecchia, sponsorizza enel

Foto condvisa da liberi cittadini civitavecchiesi

Ricordiamo che il copioso "vapor acqueo", secondo enel, era causato dall'aria gelida del rigido gennaio? E poi di febbraio? E poi anche di marzo? E poi...Ops, siamo a giugno ma il "vapore" continua a incontrare aria gelida.

Ah, natura maligna che si dileggia nel mostrarci forme spaventevoli...

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Bambini come ratti nelle miniere di carbone, documentario di Pierre Monégier

"Les enfants rats des mines", documentario vince il Premio Luchetta 2011, "Per aver descritto con la forza delle immagini e l’efficacia del linguaggio il dramma dei bambini costretti a lavorare nelle miniere di carbone otto ore al giorno per meno di un euro.

Clicca qui per vedere un estratto

E’ la storia dei “bambini talpa” di Meghalaya, una remota provincia del nord est dell’india. E’ il lato oscuro della nuova fiorente economia Indiana. In questo territorio dimenticato, circa 70.000 bambini dai 9 ai 14 anni vengono costretti a lavorare nelle miniere di carbone in condizioni estremamente pericolose. Le stime delle ONG riferiscono che circa una cinquantina di bambini hanno perso la vita nelle miniere nel 2009. Lavorano sette giorni su sette, otto ore al giorno, 70 metri sotto terra in tunnel strettissimi che i minatori chiamano le “tane dei topi”. Questi bambini provengono dalle aree più povere del Nepal e del Bangladesh e vengono portati a Meghalaya (India) da intermediari che promettono loro di guadagnare molti soldi, ma poi invece rischiano la vita per 1 euro al giorno. La presenza di organizzazioni internazionali come l’Unicef in quest’area è vietata, c’è soltanto una piccola organizzazione locale che sta lottando per i loro diritti e ha portato il caso davanti alla Corte Suprema dell’India."
Fonte

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Lobbismo velenoso in azione, il ministro Romani pronto a colpire l'interesse pubblico

Parole già sentite, sempre le stesse. Non hanno neanche l'accortezza di tentare di rinnovare i termini del copione, sono troppo sicuri della loro forza per preoccuparsi di dar conto al pubblico del loro operato. Il conto arriverà, come è arrivato per il nucleare.

Il ministro Romani prepara il raggiro

"Paolo Romani, dopo aver accontentato Confindustria sull'abbassamento degli incentivi statali all'energia fotovoltaica e aver tentato di accontentarla sull'energia nucleare (ma gli italiani si sono messi di mezzo con il referendum vinto dal sì), cerca ora di assecondare l'associazione degli industriali sul carbone.

E lo fa con una scorciatoia delle sue: durante l'ultima assemblea dell'Unione Petrolifera italiana, infatti, Romani ha trovato una soluzione al problema della riconversione della centrale Enel a carbone di Porto Tolle. Centrale che, al momento, ha serissime difficoltà ad ottenere le autorizzazioni, oltre ad un paio di inchieste giudiziarie a carico proprio per questioni autorizzative.

Autorizzazioni facili - Romani, candidamente, su Porto Tolle ha detto: "Occorre dare al Ministero dello sviluppo economico le competenze autorizzative per gli impianti strategici riguardanti la sicurezza energetica. E' importante che il Paese si doti di un sistema di decisioni che tenga conto della strategicita' di alcuni insediamenti", facendo esplicito riferimento alla centrale gestita dall'Enel.

In questo modo, in pratica, il ministro dello Sviluppo economico tenta di fare ciò che ha già fatto per il nucleare: togliere di mezzo le pastoie delle autorizzazioni ambientali, gestite dal Minsitero dell'Ambiente tramite i servizi Via e Aia, e inaugurare l'epoca dell'autorizzazione facile.

Confindustria chiama, Romani risponde - In merito alle lungaggini autorizzative di Porto Tolle, una decina di giorni fa, si era pronunciata la presidente di Condundustria, Emma Marcegaglia: "Porto Tolle è un investimento importante che può dare lavoro a molte persone e a molte imprese. Incredibile che si blocchi davanti all'ennesimo ricorso". Romani ha trovato la soluzione.

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La convenienza dell'eolico in cifre

2015: 24 miliardi di euro di risparmio dal'eolico. Fonte
L’eolico permetterà nel 2015 di risparmiare a livello mondiale 23,7 miliardi di euro altrimenti destinati all’acquisto di combustibili fossili. La stima è stata formulata dall’associazione eolica europea, EWEA, alla vigilia del Global Wind Day che si terrà oggi in tutto il mondo.

Considerando le previsioni sulla domanda energetica dell’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) e sullo sviluppo della capacità eolica del Global Wind Energy Council (460 GW tra 4 anni in uno scenario “moderato”), EWEA giunge alla conclusione che, grazie al vento, potranno essere risparmiati nel 2015 per minori acquisti di carbone per 15,1 miliardi di euro, di gas per 6,4 miliardi di euro e di petrolio per 1,7 miliardi di euro.

Al 2020 invece il vento farà risparmiare 87 miliardi di spesa in combustibili: 46 miliardi in meno per il gas, 27 per il carbone, 10 per il petrolio e 4 per le biomasse.

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15 giugno 2011

Il mio peggiore incubo si chiama carbone

Coal is my worst nightmare
dice Steven Chu, premio Nobel per la fisica, e Chicco Testa, faccia di bronzo delle lobby nucleari per ora scacciate dal suolo italiano, lo cita:



L'intervento originale di Chu risale al 2007 ed è qui. Chu in sostanza afferma che non esiste modo per guardare alla combustione del carbone come via per il futuro, e inoltre che il "sequestro" della co2 ha rischi e costi non sostenibili.

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13 giugno 2011

ITALIA DENUCLEARIZZATA


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