No al carbone Alto Lazio

8 febbraio 2009

"OtherEarth - chi siamo"

Otherearth

Premessa: chi siamo; la crisi attuale

Programma: a) al servizio dei movimenti

b) nuova cultura energetica

c) contro il ritorno del nucleare

d) piano energetico regionale


Premessa: chi siamo; la crisi attuale.

Nell’autunno scorso, in occasione della Conferenza del World Energy Council tenutasi a Roma e della Conferenza alternativa Otherearth, abbiamo pensato fosse necessario dare continuità all’impegno lì profuso, per contribuire ad innestare una riflessione più consapevole e ampia sia circa la natura della sfida di fronte alla quale ci troviamo, sia nell’identificazione dei moltissimi problemi teorici e pratici, politici e sociali, culturali, che un intento di cambiamento investe necessariamente. Dunque, per concorrere ad alimentare un confronto meno episodico e più di lunga durata circa i processi di trasformazione dei modi di produzione e di consumo, di vita, che la crisi energetica e ambientale rendono urgenti. Se, poi, ad essa si sovrappone la crisi finanziaria ed economica mondiale che è esplosa così drammaticamente negli ultimi mesi (ma di cui da tempo vi erano le avvisaglie), diventa ancora più decisivo muoversi, pensare ed agire, per contribuire a quel rinnovamento della cultura della sinistra e a quella incisività nell’azione politica che si avvertono come necessarissimi e urgentissimi. Per un pensiero che si cimenti circa le caratteristiche moderne della questione sociale e di quella ambientale e che riconosca che il benessere interviene a prezzo di uno sfruttamento durissimo delle persone e dei beni naturali, e con un uso spropositato delle fonti energetiche fossili. Per cercare di orientare gli sviluppi della crisi a favore della pace, del lavoro, dell’ambiente.

Siamo sufficientemente consapevoli dei nostri limiti perché non ci sfiori minimamente la presunzione di poter essere in grado di intervenire nel presente vuoto. Ma di citarlo sì, e di insistere perché si intervenga, anche; sollecitando la sinistra a osare nel mare aperto delle contraddizioni moderne. Le difficoltà sono immense, e pur tuttavia affrontabili, e sappiamo benissimo che tanti altri, singoli studiosi e associazioni e movimenti e iscritti a partiti e non iscritti, si stanno cimentando su questi stessi temi. Noi, Otherearth, intendiamo porci alcuni obiettivi, che sono di seguito indicati, che chiariscono l’ambito della azione che ci ripromettiamo di compiere.

S’intende che il nostro è un programma, una ricerca, di critica della società, e non solo dell’economia capitalistica, nella forma moderna che essa ha assunto. Critica dunque degli stili di vita e anche delle mutazioni antropologiche indotte dal capitalismo, nel tempo, per fondare il consenso che lo sostiene e difende. I cui tratti essenziali restano la riduzione a merce di ogni aspetto della vita produttiva e civile e delle stesse persone; un gigantesco processo di abbattimento delle diversità e di omologazione che alimenta disuguaglianze sociali e distruzione della natura. Per questo riteniamo preziosa l’esperienza di tanti movimenti, soprattutto di quelli che si sono posti il problema della pace e della libertà, dell’ambiente e del lavoro e dell’eguaglianza delle persone, e crediamo sia di rilevante valore conoscitivo, teorico oltre che pratico, la nuova consapevolezza indotta in particolare dalla cultura e dalla lotta delle donne.

Perciò non possiamo tacere e dobbiamo polemizzare seriamente con la presunta modernità del riformismo politico italiano. Ci basta sottolineare la mistificazione contenuta nell’ideologia “del fare” contrapposta alle popolazioni, o a quelle parti di esse, che si oppongono a decisioni che, in nome di un soi disant progresso, manomettono alle volte irreversibilmente le condizioni di vita. Un uomo che dice no è un uomo in rivolta, sostenne Albert Camus, e siamo d’accordo con lui; se rifiuta tuttavia è perché non rinuncia: è un uomo che dice di sì fin dal suo primo muoversi. Ne ha abbastanza di una situazione, ritiene che sia leso un suo diritto oltre il tollerabile.

L’elemento distintivo e proprio del nostro impegno può definirsi in tal modo: programmare in modi non antagonistici con le caratteristiche degli ecosistemi; pensare ed avviare processi sociali che si muovano in sintonia con la natura (lavoro e natura sono il padre e la madre della ricchezza delle nazioni, secondo Petty, ripreso da Marx con l’affermazione del “ricambio organico con la natura”) e riflettere su come l’uscita dal colonialismo, dalla servitù e schiavitù, il rispetto per l’altro da sé, la comprensione che lo sviluppo può avvenire solo nell’intreccio delle esperienze differenti, di culture diverse aventi eguale dignità, implica un’uscita positiva dal caos del mondo governato dal profitto e dall’interesse dei più forti: verso un governo alternativo delle risorse naturali, democratico e rispettoso dei diritti dei viventi e delle leggi che reggono i cicli propri degli ecosistemi. Un governo il cui scopo sia quello di diminuire sostanzialmente il contenuto di energia e di materia (in primis dell’acqua) di beni e servizi assicurando tuttavia una qualità elevata della vita. Sembrerebbe una contraddizione, ma non lo è, si tratta del cambiamento del punto di vista, della adozione di un differente paradigma conoscitivo.

Il programma

a) al servizio dei movimenti

Il primo obiettivo è quello, dunque, di affiancare e sostenere i movimenti che intendono affermare il loro diritto di capire quel che sta avvenendo e di dire la loro. Per influire sulle decisioni.

Questa attività ci sembra cruciale per due ordini di motivi: la democrazia partecipativa e l’ignoranza tecnologica.

E’ evidente che la nostra è ormai una democrazia procedurale, nel senso che almeno le procedure debbono essere condivise perché la decisione non sia sentita come un’imposizione immotivata (meglio, motivata da interessi economici o politici che non debbono essere discussi e valutati). Le procedure consistono, generalmente, in informazioni sul programma o progetto messe a confronto con informazioni sul contesto nel quale sono destinati a inserirsi. Le une e le altre sono spesso difficili da reperirsi, sia perché il decisore le centellina e non conosce per nulla o solo parzialmente il contesto, sia perché le conoscenze della popolazione non sono state fino ad allora specificamente ordinate con riferimento a quel tema. E, in definitiva, perché le conseguenze, ancor più i rischi, per loro natura non possono essere compiutamente definiti in anticipo. Perciò le valutazioni di impatto e il dibattito pubblico, previsti dalle normative europee e non solo. Perciò il nostro impegno di mettere a disposizione di comitati e movimenti informazioni ed esperienze differenti, per costruire alternative. Nella convinzione profonda che si tratti, per parte nostra, di un’azione eminentemente di servizio, poiché si ritiene che esistano, diffusi, saperi conoscenze esperienze, che assai validamente possono sostenere ragioni, emozioni, sentimenti dai quali non si dovrebbe prescindere nel “fare”. Vogliamo puntare sull’auto formazione, sul reciproco arricchimento nell’incontro e nel dialogo. Lo scopo nostro è di lavorare alla elaborazione di analisi e proposte e, per questa via, stimolare ad una partecipazione sempre più pressante, che innervi una democrazia delegata che sta ormai sempre più smarrendosi, mediante il rafforzamento del diritto di parola dei cittadini e del loro diritto di decidere sul proprio ambito di vita.

Nessuna remora deve esserci nella discussione pubblica, piuttosto è quanto mai impellente la creazione di specifici spazi pubblici nei quali vagliare problemi e soluzioni. L’unico modo per superare la tecnofilia degli esperti e del senso comune dilagante che affidano alla scienza e alla tecnologia ogni prospettiva possibile ( pur di non toccare, consapevolmente o no, l’organizzazione sociale dominante) e la parallela inversa tecnofobia di chi, di fronte ai drammi moderni, diffida di ogni proposta tecnologica. Tecnofilia e tecnofobia sono figlie di un processo mentale arrogante che esclude il principio di precauzione, che esclude cioè di non sapere, ma afferma invece di sapere. In realtà si sa assai poco e sempre molto parzialmente, in un senso e nell’altro. L’esperto lo è di un piccolissimo frammento e quindi non può essere sicuro che le conseguenze saranno proprio quelle che lui espone. Il cittadino ha accumulato un sapere che può, al limite, lasciargli soltanto presumere che i rischi saranno effettivamente quelli che l’esperienza alle sue spalle sembra indicare. L’uno e l’altro debbono applicare il principio di precauzione nelle loro analisi, previsioni e critiche, e lo debbono fare attraversando lo spazio pubblico del confronto.

Per evitare, il più possibile, le innumerevoli trappole nelle quali gli uni o gli altri possono cadere. Il punto, quindi, non è la soluzione tecnologica, ma la trasformazione sociale che essa comporta nel lungo periodo e la fuoriuscita, intanto, da ogni paradigma di crescita centrato sulla ricchezza calcolata solo in termini quantitativi (il Pil).

Se i sistemi che sostengono la vita sono pesantemente compromessi, l’acqua, l’aria, il terreno, non si può rinunciare ai benefici che potrebbero apportare tecnologie moderne per temperare questa compromissione. Ma vogliamo essere precisi, affinché non siano possibili fraintendimenti.

Per esempio, per quanto attiene alla sequestrazione della CO2, è evidente l’assurdità di produrla per sotterrarla. Altra cosa se si considera che non sarà così semplice liberarsi dalla dipendenza dalle fonti fossili. Per esempio, la produzione di energia elettrica dalla fonte nucleare non impedisce che si usi il petrolio nell’estrazione del minerale, nella costruzione delle centrali, ecc. insomma che si continui a produrre anche CO2. Ma analoghe considerazioni valgono, evidentemente, anche per le fonti rinnovabili: le pale di alluminio dell’eolico, i materiali del fotovoltaico… implicano consumi petroliferi non indifferenti (e di materie prime) per cui non è sufficiente che decollino tali energie perché ne risulti automaticamente l’emancipazione dalla dipendenza dal petrolio. Siamo quindi contrari a ritenere che la sequestrazione della CO2, una volta che ne fosse dimostrata l’intrinseca affidabilità, possa significare l’avvento dell’era del carbone o dei fossili puliti. Tutt’altro. Tuttavia dobbiamo porci il problema di quante energie fossili (sempre più in quantità decrescenti) e per quanto tempo occorreranno nel periodo della transizione, che è appunto un periodo e non un momento.

Simili considerazioni riguardano un altro grande scottante tema, l’utilizzo degli OGM. L’ostilità è dovuta alla constatazione di come l’uso massiccio di varietà geneticamente modificate abbia prodotto negativi effetti socioeconomici. Con la connessa gravissima riduzione della biodiversità (elemento cruciale per il futuro del Pianeta). Non solo la proprietà dei semi si restringe in pochissime mani, attribuendo un potere enorme, ma le nuove varietà generalmente necessitano di irrigazioni, fertilizzazioni e antiparassitari, cioè di consumi di energia, ben più rilevanti di quelli locali. Del resto, la fame nel mondo, risulta la conseguenza degli assetti sociali (compresa la distruzione dell’agricoltura locale) e di fenomeni globali, come il cambiamento climatico, la desertificazione e l’inquinamento delle acque. Altra cosa sono la ricerca chimica e medica.

In ogni caso, tutte queste azioni e questi interventi, e altre simili, quand’anche si rendessero possibili, richiedono che si abbandonino consumi così elevati e così concentrati in piccolissime porzioni del globo, a beneficio di una ridottissima parte dell’umanità. Non perché siano estesi, ma perché siano dovunque modificati, poiché già oggi restringono il possibile futuro umano. Il quale potrà svolgersi solo in sintonia con gli ecosistemi terrestri, con la loro protezione, con la conservazione della diversità. Contro il modo di produzione considerato vincente, ma in realtà momento di accumulazione di situazioni ambientalmente e socialmente insostenibili.

b) nuova cultura energetica

L’azione di contrasto svolta sul campo da forze sociali e politiche, da movimenti, comitati e associazioni, nonché i risultati di ricerche e approfondimenti scientifici e culturali si cimentano tuttavia con modi di pensare, con un senso comune, per nulla incrinati nella certezza che il futuro ed il progresso risolveranno le più critiche situazioni attuali. In un certo senso prevale la convinzione che le soluzioni verranno trovate, sia pure con una fatica e con drammi che purtroppo bisogna mettere nel conto. In altre parole, non vi è la percezione di trovarsi a un punto di svolta, almeno in Europa. Da tempo, per esempio, appare in tutta la sua tragicità la dura condizione dei lavoratori, con la sequenza impressionante delle morti sul lavoro, ma non a caso l’emozione pubblica non ha scalfito l’inazione della politica, l’arroganza delle imprese, l’afasia della società civile. E il caos del mondo, con le sue guerre e ingiustizie resta comunque sullo sfondo, sfocato.

Intervenire su questo punto va, ovviamente, troppo oltre le nostre possibilità e capacità; resta comunque un tema che deve inquietarci, spingendoci ad aprire un laboratorio che sia punto di scambio di analisi, pensieri, esperienze. Perché si riacquisti fiducia nell’azione collettiva e per far valere quella sapienza che si instaura laddove ci si riconosce nell’altro, sia pure attraverso il conflitto, e si riconosce e comprende il legame con l’ecosistema.

Due ci sembrano i versanti di intervento.

Intanto riflettere sul trovarci nel Mediterraneo, recuperando una dimensione specifica di cultura energetica, poiché qui il sole e il vento, l’acqua e l’aria, il mare e la terra, presentano aspetti e sfumature differenti da quelli di altre regioni. Nessun mito romantico della natura mediterranea, né alcun ritorno a culture idealizzate del passato. Più semplicemente la riflessione sulla propria storia può mettere capo alla elaborazione di un punto di vista, e di un modello energetico, di un sistema che accetta di dipendere coscientemente dalla natura del Mediterraneo. Che cerca di conoscerla meglio, di salvaguardarla e non di violentarla, di chiudere il cerchio con i suoi ecosistemi. Un campo di ricerca enorme, di divulgazione da parte nostra, per sprovincializzare una società omologata dall’egemonia, dal senso comune, dominanti.

Parallelamente interrogarci sulla responsabilità della scienza, tema quanto mai spinoso, soprattutto perché anche la conoscenza scientifica è stata ridotta a merce. Ad essere venduta e acquistata (i brevetti) in esclusiva pur essendo prodotta tramite un processo sociale. Da questo punto di vista non basta neppure più il principio di precauzione, prima invocato, ma vanno considerati gli interessi in gioco, soprattutto quelli dei finanziatori che ne intendono ricavare profitti e va considerata anche la temperie culturale complessiva di una determinata epoca, che influisce sul ricercatore e sui temi della ricerca, anche oltre il condizionamento imposto dal finanziatore.

Pensiamo siano cruciali la priorità della ricerca pubblica e l’urgente bisogno di uscire da schemi epistemologici che lasciano insoddisfatti perché centrati su modelli che comportano la parcellizzazione o la riduzione dei temi in esame ai soli elementi che si ritiene di poter ordinare in sequenze comprensibili. Che ne semplificano, arbitrariamente, la complessità. L’arbitrarietà non significa perdita di efficacia, ma, certo, rende fragile il sistema sulla lunga durata: il cambiamento climatico ne è un esempio eclatante. Accettare invece di fare i conti con tale complessità è probabilmente il più importante passo di quel cambio di paradigma su cui intendiamo insistere.

c) contro il ritorno del nucleare

Il governo del nostro Paese ha riproposto “il miglioramento del quadro strategico di approvvigionamento dell’energia, della sicurezza e dell’affidabilità del sistema” mediante la costruzione di nuove centrali nucleari, archiviando la contraria decisione del referendum abrogativo del 1987. Non c’è dubbio che, risalendo l’ultimo piano energetico nazionale al 1988, un tempo lontanissimo, addirittura prima della Conferenza delle NU di Buenos Aires e del protocollo di Kyoto che ne fu il “migliore” frutto, occorresse porre mano alla ridefinizione delle politiche energetiche, così come giustamente invita a fare anche l’Unione Europea, con la proposta di ridurre il consumo di energie fossili del 20%, aumentando del 20% sia il risparmio di energia che l’utilizzo di fonti rinnovabili. No! Il governo italiano, fattosi portavoce di Confindustria – e cioè di settori poco inclini all’innovazione come dimostra la scarsissima quota di investimenti da loro dedicata alla ricerca – contrasta queste decisioni sostenendone l’eccessivo costo, insopportabile afferma, per il sistema industriale del nostro Paese. Contestualmente rilancia il nucleare affermando che ne verrà il beneficio della diminuzione della produzione di CO2 e degli altri gas alteranti il clima. A parte la contraddittorietà di questo modo di fare, è sufficiente ricordare come l’estrazione del minerale, la sua trasformazione, la costruzione e la gestione delle centrali, il loro smantellamento producano CO2 perché tutte operazioni che implicano un uso massiccio di fonti fossili e di materiali (cemento, acciai speciali…) prodotti con grande loro impiego. E, poi, riflettere sulla circostanza che il nucleare attiene alla produzione di elettricità che è una quota minoritaria degli attuali consumi energetici (il 17% circa); resta scoperta la gran parte del problema energetico, riferibile ai settori dei trasporti, del riscaldamento, dell’industria, dell’agricoltura (oltre l’80% dell’energia consumata). D’altronde è utile ricordare che la Francia, lo Stato più nuclearizzato (59 centrali), è anche quello dove vi è il maggior consumo di petrolio pro capite, a dimostrazione che il nucleare non è un’alternativa all’uso dei combustibili fossili; e, inoltre, che sempre la Francia deve importare elettricità nelle ore di picco, per la scarsa flessibilità della produzione elettrica da fissione, la quale a sua volta costringe alla vendita a prezzi stracciati agli stati confinanti dell’elettricità in esubero nelle ore morte. Il prof. Angelo Baracca (L’Italia torna al nucleare?) scrive anche che la Francia “nel 2006 ha deciso di riattivare centrali termoelettriche a combustibili fossili obsolete per 2600 MW”, proprio per far fronte a situazioni di picco

Queste condizioni particolari, e la circostanza che la Francia da tempo sia una potenza nucleare sottolineano come la tecnologia della fissione dell’uranio non sia nata per produrre elettricità ma bombe (dal complesso militare ha ottenuto e ottiene i maggiori finanziamenti). Questo imprinting ha pesato enormemente nel precludere altre linee di ricerca. Inversamente, oggi è estremamente facile, per gli Stati che vogliono dotarsi di armi atomiche, iniziare con la produzione elettrica per passare successivamente, una volta acquisite le competenze, le tecnologie e organizzate le strutture, all’”atomo di guerra”. Alimentando così i rischi di guerra.

Vale la pena, ancora, di ricordare il monito di Paolo Baffi, in apertura della Conferenza dell’energia del 1987, circa il cambiamento inaccettabile che sarebbe stato indotto dalle esigenze di sicurezza e segretezza per custodire il plutonio, risorsa fondamentale per la costruzione degli ordigni nucleari. L’idea di una società militarizzata ha fatto strada, non ostante l’orrore che si pensava potesse suscitare, la Camera dei Deputati discute come sia possibile che in mancanza di un’intesa con le amministrazioni locali nel cui territorio siano localizzati i siti nucleari, debba scattare “il potere sostitutivo” dello Stato. Il quale deciderà e disporrà senza tante storie, sorvegliando i territori con le forze militari e, addirittura, localizzando le nuove centrali direttamente nelle aree militari. Con recente legge il governo ha in generale tagliato corto con tutte le possibili obiezioni statuendo che possono essere considerati siti strategici e quindi protetti dai militari e sottratti al dibattito democratico e al controllo trasparente delle popolazioni un insieme di altre strutture.

L’autoritarismo, la centralizzazione delle decisioni, le scelte concrete stanno quindi producendo una società in cui la democrazia è colpita al cuore per ridursi al puro momento elettorale (peraltro ampiamente condizionato dal controllo dei mass media): perciò la battaglia contro il nucleare si configura anzitutto come lotta per la democrazia e per la pace.

Altri argomenti ancora suffragano questa impostazione. Il fatto, per esempio, che la disponibilità del minerale uranio non vada oltre i 35-40 anni al ritmo dell’attuale utilizzo (salvo nuove scoperte e processi di fertilizzazione che possono allungarne di poco l’esistenza) implica che l’Italia dovrà vedersela con colossi come gli Usa, la Cina, l’India, il Brasile, la Russia… per contendere loro il prezioso minerale. E’ credibile uno scenario di tal fatta? E se sì, con quali rischi di guerra?

Per quanto riguarda la suscettibilità della scelta nucleare di diminuire la bolletta elettrica richiamiamo qui il problema del costo del Watt, incomparabile con quelli prodotti altrimenti, per l’inconoscibilità di molti elementi (soprattutto di quelli relativi a decommissioning e alla protezione delle scorie). Ancora, in Finlandia è in costruzione a Okiluoto dal 1998 un reattore per 1600 MW, il cui costo iniziale previsto in 3 miliardi di euro è raddoppiato e la cui realizzazione, prevista in 11 anni, è ancora lontana dalla conclusione. . Dunque, è impossibile fare un vero raffronto. Anche da queste minime considerazioni su quanto sta avvenendo oggi traspare il metodo superficiale seguito dal governo, la mancanza di un’idea precisa, che non sia il business dell’appalto per questi mega impianti. A riprova, si può ricordare che attualmente sono in costruzione nei Paesi avanzati soltanto tre centrali (Finlandia, Francia, Giappone), perché il nucleare non conviene, come ricorda addirittura Pasquale Pistorio, ex vicepresidente di Confindustria, e non certo per l’opposizione degli ambientalisti o per via del referendum italiano. Secondo Amory Lovins “il nucleare è stato ucciso da un inguaribile attacco di economia di libero mercato”, e non è stato rianimato negli Usa neppure dai consistenti incentivi introdotti dal presidente Bush.

Un problema irrisolto (essendo tale da tantissimo tempo è forse il caso di dirlo irrisolvibile?). E’ quello dei rifiuti, le cosiddette scorie, del ciclo produttivo complessivo, delle miniere, delle centrali e degli installazioni militari nucleari. La scienza generalmente ne ammette l’estrema pericolosità: minore in quelli che dimezzano in pochi anni la loro radioattività, maggiore in quelli che continuano ad essere attivi per migliaia d’anni (Plutonio 239 24100 anni; Uranio 234 245000 anni; Uranio 235 710 milioni di anni; Uranio 238 4,5 miliardi di anni). Perciò il costo per la protezione di tali scorie è effettivamente incalcolabile, si sa soltanto che è elevatissimo e, di conseguenza, con estrema disinvoltura non entra mai nei calcoli che vengono presentati all’opinione pubblica per misurare la fattibilità dei programmi. Se pensiamo che nel mondo le scorie possono aver raggiunto le 270mila tonnellate, ci rendiamo conto della gravità del problema, già oggi.
Nella attesa di trovare i famosi siti di confinamento a grandi profondità, si cercano intanto depositi di “lunga durata”, cioè pur sempre temporanei, sia pure di 2 o 3 centinaia di anni. Ma anche qui si è in alto mare, pur consapevoli che in tal modo si sta preparando un biscotto avvelenato per i nostri discendenti! Restano i depositi di “messa in sicurezza”, provvisori per definizione, sotto la Yucca Mountain nel Nevada, cui far convergere le scorie dai 131 depositi disseminati negli Stati Uniti, Sellafield In Gran Bretagna e la Hague in Francia dove si ritrattano per produrre nuovo combustibile. A Sellafield si trovano anche una parte delle scorie molto radioattive prodotte dalle centrali nucleari italiane. In Italia hanno funzionato quattro centrali (Caorso, Trino Vercellese, Latina e Garigliano), cinque impianti di ritrattamento del combustibile (Saluggia, Bosco Marengo, due a Casaccia e Trisaia), una dozzina di centri di ricerca, oltre ad una decina di piccoli depositi. In totale si dovrebbe trattare di circa 64mila metri cubi di scorie radioattive, la maggior parte dei quali (35mila) sono conservati nelle quattro vecchie centrali. Il resto è conservato negli altri siti, principalmente a Saluggia e Casaccia. L’aspetto molto grave è che l’Italia abbia affidato alla Sogin spa, finanziandone le attività con il sovrapprezzo sul kWh elettrico, la gestione delle scorie. A parte la circostanza che la Sogin non ha fatto quasi nulla, è stato anche assurdo affidare ad una spa, e non un’Agenzia pubblica, tale incombenza con l’effetto devastante della sua esclusione dai consessi internazionali, mettendo l'Italia nel più completo isolamento internazionale. Per gestire i rifiuti, occorre chiudere la Sogin e dotarsi di un sistema fondato su di un’Agenzia pubblica (da affiancare a Enea e Apat riformate) che, previa definizione degli obiettivi e dei finanziamenti da parte del Parlamento e sulla base di precisi input del Governo, stabilisca programmi, tempi e costi. L’Agenzia indipendente e autonoma opererà valutazioni e controlli, che verifichino anche il rispetto da parte di tutti gli operatori del settore degli elementi di sicurezza e protezione delle popolazioni e dell'ambiente. Essa riferirà al Parlamento e alle Regioni, sia per riceverne osservazioni e indirizzi sia per mettere al corrente le popolazioni dei problemi e delle soluzioni.

Si è costituito il Comitato oltre il nucleare, per un’alternativa energetica, basata sulle fonti rinnovabili e il risparmio. Otherearth è tra i promotori del Comitato e, intanto, sta lavorando alla fattura di un DVD che argomenti i perché dell’opposizione al nucleare e documenti su di un argomento che sembra accettato da molti sostanzialmente perché disinformati sulla sostanza.

L’alternativa da costruire è quella della elaborazione di un Piano energetico nazionale, al cui centro siano parametri differenti ( dalle energie fossili a quelle solari) che indichino le politiche entro le quali iscrivere le singole azioni: decisioni energetiche e scelte tecnologiche, riconversione ecologica delle industrie più energivore e riduzione dei rifiuti, cambiamento del peso del trasporto individuale e su gomma e protezione dell’acqua e del suolo. E’ chiaro che un piano energetico, se non vuole ridursi a una generica indicazione che avrà semmai attuazione in relazione agli incentivi volta a volta stabiliti dal governo (con criteri e scelte che potranno essere assai discutibili seppure, perché mai dubitarne? sempre motivate con l’interesse generale), per orientare i comportamenti dei consumatori, e le decisioni di investimento degli imprenditori, non può non definire gli strumenti con i quali operare. Questi sono, anzitutto la funzione di guida che possono avere aziende e agenzie che, come recita la nostra Costituzione, agiscano operando per l’utilità sociale e siano “riservate” a comunità di utenti e di lavoratori. Un piano energetico degno di questo nome deve prendere atto del grande processo di concentrazione delle imprese seguito alle decisioni di liberalizzazione; ormai, come afferma anche Alberto Clò, le concentrazioni sono il paradosso delle liberalizzazioni. Magari ci sono buone ragioni economiche, per irrobustirne la presenza sui mercati, ma certo vi sono anche decisioni politiche che interagiscono perché gli approvvigionamenti di gas e petrolio attengono direttamente alla politica estera di un Paese (e così sarà anche per l’uranio). Come abbiamo accennato, il nucleare è il simbolo di una decisione fuori mercato perché senza un adeguato sostegno nessun imprenditore si assume rischi e incertezze così rilevanti, e costi difficilmente prevedibili all’inizio di quel lungo percorso che porterà eventualmente alla realizzazione dell’impianto. Insomma, le concentrazioni seguite alle liberalizzazioni sono parte di una decisione politica che non può essere la nostra, perché riteniamo che l’universalità del servizio, la sua accessibilità, la rispondenza ad obiettivi di qualità sociale debbano prevalere sull’obiettivo di un’adeguata e rapida remunerazione del capitale, cioè sulla centralità della competitività e del profitto. Insomma è un tema, quello del Piano, che comporta impervie strade contro correnti.

d) il piano energetico regionale

Nel nostro Paese, e in Europa, sono molte le esperienze di lotta e di proposta, e notevoli le iniziative tecnologiche, decise da istituzioni, imprese, singoli, che delineano alternative di comportamenti; esse costituiscono una miniera ricchissima per cercare di realizzare itinerari di cambiamento. Perciò l’elaborazione del Piano Energetico Regionale può costituire l’anello di verifica delle posizioni nostre (della sinistra) se tentiamo di passare dalle parole di critica alla messa a punto di obiettivi e scelte: la transizione non è solo un desiderio, un dover essere, ma costituisce il fondamento di un’analisi specifica che mette capo a precisi programmi.

La redazione del PER non si deve limitare, secondo noi, all’analisi della domanda e dell’offerta, dei loro andamenti, degli elementi critici che si debbono rimuovere e della crescita che deve essere assicurata nei vari settori di produzione e di impiego. Ma da questa analisi bisogna partire per orientare la società regionale verso una prospettiva differente dall’aumento quantitativo del Pil. In un certo senso l’analisi energetica è un buon punto dal quale leggere elementi significativi della struttura della società laziale, il suo rapporto con la natura e le situazioni di crisi. Crisi ambientali e crisi economiche e sociali, che non sono adeguatamente affrontate.

Ovviamente, i fenomeni sociali e naturali sono interdipendenti tra loro e l’uno verso l’altro ed occorre una capacità di analisi intersettoriale che faccia riferimento a diversi saperi e culture (anche a differenti discipline); e ciò dovremo aver ben presente per concludere con delle proposte, in tema di energia, che ci permettano di fare un passo avanti. Un progetto integrato verso un modo di produrre, consumare e vivere complessivamente diversi è il nostro desiderio, per contribuire a imprimere una svolta non immaginaria.

Questo modo di pensare l’energia differisce dall’impostazione delle élites dominanti che vedono buio il futuro dell’Italia perché, secondo loro, la politica esita a decidersi e, quando lo fa, pasticcia. Premono a favore del carbone pulito, che non esiste, e del nucleare intanto impegnandosi in Francia o all’Est; destinano qualche euro alle rinnovabili, ma poi assimilano a queste anche il recupero dei rifiuti; con il più alto tasso di motorizzazione dell’Europa e la più ampia cementificazione del territorio, puntano ancora alla rottamazione, ai condoni, a rendere edificabili le aree agricole. L’efficienza energetica nell’industria e in agricoltura resta un obiettivo lontano, il risparmio energetico si è trasformato in un appello più che diventare pratica, l’osservanza del protocollo di Kyoto è apertamente contestata.

Al contrario, noi vogliamo enormi finanziamenti per realizzare la transizione verso un assetto differente. Non solo esattamente opposto, precisamente la civiltà solare, ma in cui l’innovazione dei processi e dei prodotti sia la parte più cospicua sulla quale investire formazione, ricerca, iniziativa economica e sociale. E in cui tutte le occasioni energetiche presenti sul territorio possano essere considerate importanti e valorizzate (non dunque la ridicola riduzione di questa ipotesi alla produzione esclusivamente su piccola scala, magari di spezzoni di energia elettrica prodotta in sovrappiù rispetto ai propri consumi).

L’uscita dalla società fondata sull’uso dei combustibili fossili è il problema energetico e sociale di oggi e se indubbiamente vi é un ampio campo per le azioni che comunque si possono già fare e una grande responsabilità anche degli individui (che tuttavia vanno educati a questo obiettivo e questa già potrebbe essere una forte iniziativa: l’educazione nelle scuole all’uso razionale dell’energia), non c’è dubbio sulla necessità di un nuovo punto di vista culturale e politico, di un nuovo paradigma energetico. A formare il quale, su quali forze intellettuali si può contare e su quali risorse, e come reperite e, in definitiva, chi sono i molteplici soggetti del cambiamento e come fare affinché diventino attivi e trainanti? Domande che premono, perché estremamente difficili nella frammentata società dei consumatori. Eppure con esse dobbiamo misurarci, individuando nel percorso di costruzione del PER un momento decisivo per tentare di non restare alla proclamazione di intenti. Il metabolismo della città di Roma, la struttura artificiale degli ecosistemi laziali, il modello dissipativo della crescita, la privatizzazione della vita, le disuguaglianze diffuse costituiscono, per esempio, tutti capitoli interdipendenti di una proposta di cambiamento che limiti i danni e inverta le tendenze in atto. La quale, come abbiamo visto considerando l’obiettivo del Pen, non potrà realizzarsi senza la dotazione in mano alla Regione di adeguati strumenti e, intanto, recuperando una dimensione pubblica nella produzione e distribuzione di energia e una capacità di assicurare alla comunità laziale forme precise di intervento nella gestione stessa delle imprese energetiche.

In qualche modo il nostro si potrebbe definire un progetto di energia politica, nel senso di una proposta di politica energetica che fondi un asse politico differente dall’attuale, in controtendenza, centrato su di un’alternativa di civiltà e non sulla crescita di beni (e di residui) che mettono a rischio l’umanità che verrà dopo di noi perché sconvolgono le condizioni della biosfera entro la quale la vita è possibile.

I promotori

Roma, 1 dicembre 2008

2 commenti:

Anonimo ha detto...

avete visto la nuova campagna contro il carbone pulito e il focus sull'inquinamento da mercurio?
http://zoescope.wordpress.com/2009/02/23/clean-coal-is-a-dirty-lie/

No al carbone Alto Lazio ha detto...

Grazie!